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Altra tegola per il centrodestra in Lombardia, il Tar boccia la Giunta e ferma l’uccisione in deroga di storni e fringuelli

Per le associazioni ambientaliste e animaliste è "una lezione di civiltà". Ma avvertono: le Regioni vogliono altre deroghe per il 2026/2027
Altra tegola per il centrodestra in Lombardia, il Tar boccia la Giunta e ferma l’uccisione in deroga di storni e fringuelli
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Il piano per uccidere in deroga centinaia di migliaia di uccelli protetti subisce una battuta d’arresto. E per il centrodestra in Regione Lombardia è una batosta. Il Tar – Sezione seconda, presidente Gabriele Nunziata – ha dichiarato illegittima la delibera di Giunta n. 4714 dello scorso 14 luglio che autorizzava le doppiette ad abbattere, soltanto in Lombardia, poco meno di 100mila fringuelli e oltre 40mila storni. Il lasso di tempo in cui è stata consentita la mattanza, purtroppo, risale all’autunno scorso (dall’1 di ottobre al 30 di novembre), ma la sentenza del Tribunale amministrativo segna un importante precedente per ciò che accadrà in futuro.

La bocciatura della delibera da parte dei giudici amministrativi porta con sé parole di un certo peso. Secondo il Tar, infatti, sono state violate la legge 157/1992 (volgarmente, la legge sulla caccia) e la Direttiva 2009/147/CE (Direttiva Uccelli) quando si introduce il concetto di “soluzioni alternative” alla caccia in deroga (in deroga, va da sé, alla legge), confermando l’insussistenza dell’assenza di tale principio. Qui i giudici: “La giurisprudenza comunitaria è costante nell’affermare che l’onere di dimostrare l’assenza di tali soluzioni alternative grava sull’autorità che intende disporre la deroga, la quale deve fornire una motivazione precisa, circostanziata e adeguata, basata su dati scientifici e istruttori completi”. Spoiler: l’autorità in questione – la Regione Lombardia – non ha fornito motivazioni adeguate basate su dati scientifici.

In particolare gli uffici di Palazzo Lombardia hanno costruito le proprie argomentazioni su tre aspetti, tutti bocciati dai giudici. 1) l’insussistenza di alternative alla caccia di fringuello e storno, 2) la necessità di salvaguardare un “retaggio storico-culturale” e un “bagaglio di tradizioni, prassi e cultura” legati a questa specifica forma di caccia, 3) l’effetto benefico che l’attività venatoria da appostamento fisso avrebbe sull’ambiente, attraverso gli interventi di miglioramento ambientale realizzati dai cacciatori. Conclusione: “Il Collegio ritiene che nessuna di queste argomentazioni superi il vaglio di legittimità“.

Per i giudici “la Regione Lombardia e le associazioni venatorie hanno posto grande enfasi sul carattere tradizionale di questa forma di caccia. Tuttavia, la giurisprudenza comunitaria è inequivocabile nel sancire che ‘il mantenimento di attività tradizionali non costituisce una deroga autonoma’ e che la mera tradizionalità di un metodo di caccia ‘non è sufficiente, di per sé, a dimostrare che un’altra soluzione soddisfacente non possa sostituirsi a detto metodo'”. E ancora: “L’idea che l’uccisione di” circa 100mila “esemplari di specie protette possa essere giustificata da presunti e non provati benefici ambientali appare in palese contrasto con la logica e le finalità della Direttiva Uccelli”. Risultato: la delibera di Giunta è annullata.

Esultano le associazioni animaliste e ambientaliste (Lac in testa, e poi Enpa, Lav, Lipu, Lndc e Wwf): “Una vittoria netta, che mette la parola ‘fine’ alle forzature normative della Regione Lombardia. Questa sentenza è una lezione di civiltà. È inaccettabile che ogni anno la Regione impegni risorse pubbliche e uffici per scrivere delibere illegittime, con l’unico scopo di accontentare una frangia estremista del mondo venatorio. Questo ‘accanimento burocratico’ contro specie protette non è solo un danno alla biodiversità, ma un insulto ai cittadini che credono nel rispetto delle regole”. Le associazioni denunciano la volontà di diverse Regioni di voler riaprire le deroghe anche per l’anno in corso, nonostante la chiarezza dei tribunali: “Si tratta di un cortocircuito istituzionale che espone l’Italia a onerose procedure d’infrazione europee, pagate da tutta la collettività”.

Per Paola Pollini, consigliera regionale del M5s, la sentenza “segna un punto destinato a fare giurisprudenza. Cade l’ultima foglia di fico, l’alibi della tradizione, ormai ultimo appiglio di un centrodestra a corto di valide ragioni scientifiche, viene spazzato via. Non vi è niente di tradizionale nel voler sparare a una specie protetta, non solo, anche se tradizione vi fosse, non rappresenta motivo sufficiente per derogare alla legge. Credo si tratti di un segnale inequivocabile. Anche in funzione delle deroghe future sulle quali il centrodestra è al lavoro e frettolosamente, forse troppo, già annunciate da alcuni Consiglieri regionali di maggioranza”. Per Eleonora Evi, deputata del Pd, “è una sentenza storica, un trionfo della ragione e della legalità Il Tar Lombardia ha detto chiaramente ciò che ambientalisti e scienziati ripetono da anni, a differenza di quanto propinato dal clientelare comitato tecnico faunistico-venatorio architettato strumentalmente dal governo per fare la guerra alla fauna selvatica: le deroghe alla tutela degli uccelli migratori non hanno alcuna giustificazione scientifica, giuridica né etica. E ancora: “Questo è esattamente il messaggio che anche il governo Meloni deve accettare e deve ascoltare, e fermare il cosiddetto ddl ‘sparatutto’, un provvedimento vergognoso che punta a stravolgere le norme europee a tutela della fauna selvatica per accontentare le lobby armiero venatorie. Un attacco frontale alle direttive europee, all’ambiente e alla biodiversità.”

A dare il via libera alle Regioni, lo scorso febbraio, era stata Ispra, che aveva stabilito si potessero uccidere circa 800mila volatili (81.302 fringuelli e 230.242 storni). Una quantità ritenuta congrua per non comportare “significativi rischi di impatto demografico sulle popolazioni complessive delle due specie, sempre se considerate a scala europea”. La stessa Ispra, tuttavia, aveva espresso riserve tecniche, poiché “non risulta possibile, nel caso di popolazioni migratrici su vasta scale, determinare la piccola quantità in modo scientificamente attendibile, a causa della mancanza di dati affidabili per una serie di parametri demografici che dovrebbero essere raccolti in una vasta area geografica che ricomprende diversi Paesi europei ed extra europei”. Successivamente la conferenza Stato-Regioni aveva assegnato a ciascuna Regione il numero di individui cacciabili: alla Lombardia era toccata la fetta più consistente. Ora il nuovo stop.

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