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Altro che meno tasse. Nel 2025 la pressione fiscale su al 43,1% del pil: mai così alta dal post governo Monti

Con Giorgia Meloni, arrivata a Palazzo Chigi promettendo di ridurre le tasse, la somma di imposte dirette, indirette e contributi è salita ai massimi da oltre un decennio
Altro che meno tasse. Nel 2025 la pressione fiscale su al 43,1% del pil: mai così alta dal post governo Monti
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Nel giorno di riapertura dei mercati dopo gli attacchi di Usa e Israele all’Iran la notizia è passata quasi inosservata. Ma lunedì l’Istat, oltre a ufficializzare che nel 2025 il deficit/pil è rimasto sopra il 3% smentendo le previsioni del governo, ha diffuso anche un altro dato estremamente indigesto per Giorgia Meloni, arrivata a Palazzo Chigi promettendo di ridurre le tasse. Lo scorso anno, mentre il pil saliva di uno striminzito +0,5%, la pressione fiscale complessiva si è arrampicata al 43,1% del prodotto, in ulteriore aumento dal 42,4% dell’anno precedente: +0,7%. Non accadeva dal 2014 – poco dopo la fine del governo Monti, che aveva gestito la crisi dello spread a colpi di austerità – che la somma di imposte dirette come l’Irpef, indirette come l’Iva, in conto capitale come l’imposta di bollo e contributi superasse il 43% dell’economia. L’istituto di statistica spiega che le entrate fiscali e contributive hanno fatto segnare un +4,2% mentre il Pil a prezzi correnti si è fermato a +2,5%. E se il numeratore cresce più del denominatore, il rapporto sale. Un copione già visto nel 2024, quando le entrate erano aumentate del 5,8% a fronte di un Pil a prezzi correnti in crescita del 2,7%.

L’anno scorso la premier aveva provato a spiegare la precedente impennata (+1,2 punti, tenendo conto dei dati rivisti) con il boom dell’occupazione: “Se un percettore di reddito di cittadinanza trova lavoro e paga le tasse, la pressione fiscale sale”, aveva sostenuto. Ma il ragionamento non regge: con più lavoratori aumentano sì le imposte versate, ma anche il reddito prodotto. La spiegazione è un’altra. E non confligge con il taglio del cuneo fiscale realizzato nel frattempo dall’esecutivo.

Diversi economisti hanno rilevato un ritorno del “drenaggio fiscale”. Con un’inflazione elevata, gli aumenti nominali delle retribuzioni spingono i lavoratori verso scaglioni Irpef più alti, facendo salire l’aliquota media effettiva senza che ci sia un reale aumento del reddito disponibile. Anche chi non ha ottenuto veri aumenti reali può ritrovarsi a pagare la stessa imposta su un reddito che vale meno in termini di potere d’acquisto. Secondo Marco Leonardi, ordinario di Economia all’università Statale di Milano, e Leonzio Rizzo, ordinario all’ateneo di Ferrara, tra il 2022 e il 2024 il fiscal drag è ammontato a circa 25 miliardi a carico di lavoratori dipendenti e pensionati. Un flusso di gettito che ha contribuito al miglioramento dei conti pubblici e al percorso di rientro del deficit, ma scaricando il peso soprattutto sulla classe media.

Massimo Bordignon, ordinario di Scienza delle Finanze alla Cattolica, vicepresidente esecutivo dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, in un’analisi per lavoce.info firmata con Rizzo ha poi spiegato che la maggior pressione fiscale del 2024 rispetto all’anno prima è stata dovuta per la maggior parte a due fattori: per prima cosa il fatto che i redditi da lavoro dipendente sono tassati molto più degli altri (per cui quando crescono i salari il gettito sale più del pil). Pur valendo solo il 38% del pil, contro il 50 dei profitti, i salari contribuiscono da soli a quasi la metà delle entrate fiscali. Per questo, quando crescono occupazione e retribuzioni, il gettito aumenta più rapidamente del pil, facendo salire meccanicamente la pressione fiscale. Senza bisogno che il governo aumenti le tasse. Poi c’è il fatto che i maggiori redditi ottenuti dai lavoratori dipendenti nel 2024 sono stati tassati ad aliquote medie più elevate rispetto al 2023 per effetto in parte dei nuovi occupati e in parte dell’aumento dei redditi di quelli che già avevano un lavoro e si sono visti rinnovare il ccnl.

Sul piano politico, le reazioni sono state immediate. La pressione fiscale “è la più alta degli ultimi 10 anni almeno”, ha attaccato la segretaria del Pd Elly Schlein. “La presidente del Consiglio Meloni davanti a questo dato che cosa dice? Che la pressione fiscale aumenta perché sono aumentati i lavoratori. Attenzione: la pressione fiscale è un rapporto tra, semplifico, le tasse e il Pil. Se aumenta il lavoro, aumentano le tasse versate, ma aumenta anche il Pil, quindi non è quello che va a cambiare quel rapporto”. “A Chigi”, ha rincarato il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, “hanno da fare con la legge elettorale per prendere i pieni poteri e la riforma per evitare inchieste sgradite sui politici. Nel frattempo la pressione fiscale esplode oltre il 43% e stamattina ci svegliamo con rialzi dei prezzi su petrolio e gas che daranno un’altra mazzata a cittadini e imprese, grazie alle azioni unilaterali di Stati Uniti e Israele per cui a Meloni non hanno fatto nemmeno uno squillo”. Per Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) quel dato, insieme al carrello della spesa cresce del 2,2% e al deficit sopra il 3%, è “una smentita netta e inequivocabile della narrazione costruita in questi mesi da Giorgia Meloni”.

Dal fronte sindacale, il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari si tratta di “un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale che l’esecutivo ha scelto deliberatamente di non neutralizzare e di non restituire, garantendosi così entrate fiscali da record”.

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