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Ultimo aggiornamento: 9:17

Iran, Caracciolo a La7: “Non c’era nessuna minaccia nucleare imminente. È una terza guerra del Golfo, non conflitto mondiale”

Pentagono, Cia e persino il vicepresidente degli Usa J. D. Vance distanti da Trump sugli attacchi all'Iran: il retroscena di Caracciolo
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Guerra mondiale si diventa, non si nasce. Saranno gli storici a stabilire“. Lucio Caracciolo sceglie la prudenza delle categorie storiche per inquadrare l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, intervenendo a Otto e mezzo, su La7. L’eco delle bombe riporta alla mente i conflitti del Golfo e riaccende lo spettro di uno scontro globale, ma il direttore di Limes invita a distinguere tra percezione e struttura dei rapporti di forza.
Perché si possa parlare di guerra mondiale, spiega, serve ben altro: “Certamente perché ci sia una guerra mondiale dovrebbe esserci uno scontro tra le maggiori potenze, quindi Stati Uniti, Cina e Russia. Siamo molto lontani da questo, ma siamo un bel pezzo più vicino a una guerra regionale che rischia di allargarsi. È una terza guerra del golfo”.

Il cuore della sua analisi riguarda la natura stessa dell’operazione militare: “Quello che è abbastanza chiaro è che non è una guerra necessaria, ma per dichiarazione sia israeliana che americana è una guerra preventiva“. Una definizione che apre un nodo politico e strategico: prevenire che cosa? “Il problema – osserva il giornalista – è che non si capisce bene che cosa si dovesse prevenire oggi, visto che, secondo gli stessi americani, cioè il Pentagono e la Cia, non c’era nessuna imminente minaccia iraniana e anzi i negoziati secondo il ministro degli esteri dell’Oman, che stava mediando, stavano producendo risultati importanti”.
E aggiunge: “Quello che è certo è che è una guerra al buio in cui nessuno può fare previsioni di lungo termine“.

Lo sguardo si sposta quindi su Washington, dove la crisi esterna riflette una frattura interna. “Forse l’aspetto più interessante è che il grado di confusione nell’amministrazione Trump è tale che il presidente cambia versione ogni cinque minuti“. Fino al giorno prima si parla apertamente di cambio di regime a Teheran; poi la linea sembra mutare. Il presidente evoca un orizzonte di “4-5 settimane” e sostiene di non aver potuto rovesciare il sistema iraniano perché sarebbero stati colpiti anche “quelli che volevamo mettere al posto di Khamenei”.
Il risultato, sintetizza Caracciolo, è “un leggero caos e soprattutto una grande maggioranza degli americani, una quasi totalità dei democratici, che non approva questa operazione”.

Il profilo di Donald Trump emerge come elemento ulteriore di instabilità. “Trump – osserva Caracciolo – ama far casino, lui sta praticamente sempre al telefono con i giornalisti. Il problema è che dice sempre cose diverse a chi gli capita, per cui se è un’operazione di camouflage e di mascheramento è brillante, se è una strategia mi si deve spiegare però quale è”.
Ma la questione, insiste Caracciolo, è più profonda: “Il problema è interno agli Stati Uniti: a parte la crisi socio-culturale e politica, quello che impressiona oggi è la spaccatura fra gli apparati: il Pentagono che ha preso le distanze già prima dell’operazione e poi anche i membri dell’amministrazione”. Una frattura che attraversa i vertici civili e militari e che si riflette anche nei rapporti con il vicepresidente J. D. Vance, sul quale il presidente sarebbe “molto irritato” perché avrebbe fatto sapere di non essere d’accordo con gli attacchi all’Iran, pur evitando di dirlo pubblicamente.

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