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Crisi della Natuzzi: protesta al ministero delle Imprese, bloccati 476 esuberi e la chiusura di due stabilimenti

La multinazionale del mobile ha rinviato le decisioni, tra cui il blocco del rientro di produzioni dalla Romania, al nuovo incontro in programma il 10 e 11 marzo: a dicembre l'azienda, che ha in Italia 1.850 dipendenti, aveva manifestato l'intenzione di mandare via quasi un quarto di loro, chiudendo le fabbriche pugliesi di Graviscella (Altamura) e Jesce 2 (Santeremo)
Crisi della Natuzzi: protesta al ministero delle Imprese, bloccati 476 esuberi e la chiusura di due stabilimenti
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La protesta dei lavoratori Natuzzi, che stamattina sono arrivati a Roma per manifestare sotto il ministero di Imprese e Made in Italy, ha ottenuto un primo, piccolo risultato: la multinazionale pugliese dei mobili non procederà con il piano che prevede 476 esuberi, la chiusura di due stabilimenti e il blocco del rientro di produzioni dalla Romania. Nelle scorse settimane, Natuzzi aveva provato ad alleggerire proponendo di chiudere solo uno stabilimento e gestire gli esuberi con gli incentivi alle dimissioni: dopo l’incontro, non prenderà alcuna decisione senza un accordo con i sindacati; questo il risultato della riunione al tavolo di crisi. Se ne riparlerà a strettissimo giro, il 10 e 11 marzo, quando si tornerà al Mimit per una due-giorni intensa in cui l’azienda farà di tutto per trovare un accordo che rassicuri Wall Street. Si è guadagnato un po’ di tempo, ma non tanto perché Natuzzi ha una certa fretta.

Alla maggiore cautela del gruppo di divani ha contribuito la posizione chiara assunta il 27 gennaio dalla Regione Puglia: il sostegno pubblico sarà vincolato alla salvaguardia dell’occupazione e al ritorno delle produzioni delocalizzate. E così l’impresa nata nel 1959, e successivamente diventata un brand a livello mondiale, si trova stretta tra due fuochi. L’agenzia Usa che vigila sul mercato azionario, infatti, ha inviato una comunicazione di non conformità: alcuni parametri non sono rispettati. Si tratta della capitalizzazione media a 30 giorni e del patrimonio netto. Alla Natuzzi serve un qualcosa di spendibile nel breve periodo per quietare le tensioni. Dall’altro lato, però, ci sono sindacati e istituzioni in Italia che non possono accettare una dismissione industriale di queste dimensioni dopo 24 anni di ammortizzatori sociali.

In Italia Natuzzi ha 1.850 dipendenti, e a dicembre ha dichiarato di volersi liberare di quasi un quarto di loro, chiudendo le fabbriche baresi di Graviscella (Altamura) e Jesce 2 (Santeremo). Nelle scorse settimane, l’azienda ha provato a ottenere un accordo con i sindacati degli edili – Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil – mettendo sul piatto 17,5 milioni di investimenti all’anno per i prossimi tre anni. Cifre che però sarebbero destinate soprattutto al marketing, alle fiere internazionale e allo sviluppo retail. “A favore degli stabilimenti era previsto solo un milione – ha ricordato Tatiana Fazi, che si occupa del settore legno e arredo per la Fillea Cgil – il resto era per negozi e pubblicità”.

A fronte di questi investimenti, il piano usava la classica formula del “riassetto produttivo” e “maggiore equilibrio nella organizzazione del lavoro”, con l’utilizzo della cassa integrazione straordinaria e delle incentivi alle dimissioni volontarie, con l’obiettivo di azzerare gli esuberi nel 2028. Secondo i sindacati, circa 300 persone potrebbero essere interessate a incentivi e scivoli verso la pensione, ma questo argomento deve essere affrontato prima di dichiarare la volontà di chiudere stabilimenti, uno o due che siano. Da qui la volontà di non accettare il piano presentato, definito una mezza misura.

L’esigenza è quella di ragionare nel merito degli incentivi all’esito, quindi sulla loro entità, ma soprattutto di mettere nero su bianco gli impegni sul rientro delle produzioni. Al momento, infatti, l’attività in Natuzzi è sostanzialmente ferma, si lavora molto poco e si tira avanti con gli ammortizzatori sociali. Per questo, per dare credibilità a un qualunque piano sarebbe necessario garantire il rientro delle produzioni. Su questo Natuzzi al tavolo ha dato solo qualche apertura generale, dichiarandosi disponibile a parlarne nei due giorni tra il 10 e l’11 marzo. Alla base della crisi, come ha ricordato Pasquale Natuzzi, il fondatore del gruppo, un insieme di fattori: l’instabilità geopolitica, i dazi, la volatilità dei cambi, la crescente pressione competitiva. Tutti elementi che incidono sia sul mercato sia sui costi della produzione.

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