“Ci basterebbe anche una scarpa”, la famiglia di Sara Pedri sulle nuove ricerche nel lago di Giustinia
A poco più di un anno dall’assoluzione di due medici nell’ambito del caso della scomparsa di Sara Pedri, sono riprese le ricerche nel lago di Lago di Santa Giustina, in Trentino. I vigili del fuoco stanno perlustrando le sponde e lo specchio d’acqua con gommoni, approfittando del livello particolarmente basso dopo un inverno con scarse precipitazioni e prima dell’inizio dello scioglimento della neve in montagna. La ginecologa era scomparsa il 4 marzo 2021. Il suo telefono fu ritrovato all’epoca nell’auto parcheggiata al confine tra i comuni di Cis e Cles, vicino al ponte sul torrente Noce, il cui corso d’acqua confluisce proprio nel lago di Santa Giustina. Da allora, più volte sono stati effettuati sopralluoghi e battute di ricerca nell’area.
La nuova operazione è stata disposta dalla commissaria del governo Isabella Fusiello, che ha accolto la richiesta dei familiari. “Sappiamo bene che dopo cinque anni difficilmente troveremo un corpo. Lo sappiamo con la mente, ma il cuore continua a sperare. Ci basterebbe anche solo una sua scarpa. Il paio dei grandi occhiali blu-viola che indossava quel giorno e che ancora mancano all’appello. Basterebbe un piccolo segno, qualcosa che ci aiuti a rispondere alla domanda che ci accompagna ogni giorno, senza tregua: ‘Sara è lì?’”, scrivono i parenti sul profilo Facebook “Verità per Sara Pedri”.
Nel gennaio 2025 il gup di Trento aveva assolto con formula piena l’ex primario dell’unità operativa di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Santa Chiara di Trento, Saverio Tateo, e la sua vice, Liliana Mereu, dalle accuse di maltrattamenti in concorso e in continuazione nei confronti del personale del reparto. Per il licenziamento ritenuto illegittimo l’Azienda sanitaria dovrà pagare un risarcimento di 240mila euro all’ex primario.
Ma per i familiari, spiegano ancora nel post, cercare Sara “non significa soltanto cercarla fisicamente. Significa continuare a riconoscere la sua presenza nella sua assenza. Significa permettere alla sua voce di vivere ancora attraverso di noi. Sara ha ‘spostato montagne’ e insieme a noi continua a farlo”. “Attraverso la sua storia – si legge ancora – abbiamo acceso una luce su un dolore silenzioso che colpisce tante persone e di cui si parla ancora troppo poco: il mobbing. Se oggi se ne parla di più, è anche grazie a lei”.