Chiuso il caso Olof Palme? Nient’affatto. Tutta sbagliata l’indagine del 2020
“Indicare Stig Engstrom come l’assassino del primo ministro Olof Palme è stato un errore compiuto dagli inquirenti nel 2020. Non esistono prove a supporto di tale ipotesi”. Una semplice frase può avere l’effetto di un uragano, anche perché non arriva da un sito complottista, bensì direttamente dal Procuratore capo di Stoccolma, Lennart Guné, che il 18 dicembre 2025 convoca appositamente una conferenza stampa per dichiarare formalmente decadute le conclusioni della precedente inchiesta.
Ma cosa è successo di nuovo rispetto a cinque anni prima, quando il pubblico ministero di Stoccolma Krister Petersson aveva annunciato la chiusura delle indagini e risolto il caso Palme, dichiarando che Stig Engström (suicidatosi nel 2000, dipendente della società assicurativa Skandia, presente sulla scena dell’omicidio) era stato l’assassino di Olof Palme? “È un momento importante per l’intero Paese”, aveva commentato l’allora premier svedese Stefan Lofven. Cosa ha spinto il Procuratore capo, cinque anni dopo, a smentire i colleghi dichiarando irrisolto l’omicidio del primo ministro svedese avvenuto il 28 febbraio 1986?
È successo che poco dopo la chiusura dell’inchiesta nel 2020 con l’annuncio di un colpevole suicidatosi vent’anni prima, vengono desecretati alcuni atti di indagine (non tutti) rimasti a dormire in archivio per decenni. Fra le carte spunta un memorandum consegnato il 25 marzo 1988, due anni dopo l’omicidio Palme, da Tore Forsberg – a quel tempo capo del controspionaggio svedese – e da lui firmato insieme a due agenti, Rose S. e Lars-Erik. Dal documento emerge che il 28 febbraio 1986, la notte in cui Palme viene ucciso in pieno centro a Stoccolma, nel cuore della capitale svedese era in corso una non meglio identificata “operazione” da parte di alcune unità dei servizi segreti; “operazione” della quale nessuna autorità locale e nazionale era stata messa a conoscenza, né prima né dopo l’omicidio del primo ministro. Curioso il nome in codice di questa operazione segreta: “Così fan tutte”, titolo di un’opera lirica in due atti di Mozart; curiosa anche la coincidenza: quella sera Palme era andato al cinema per vedere proprio un film su Mozart.
Ma per quale motivo alcune squadre dei servizi di controspionaggio si trovavano nel centro di Stoccolma la sera del 28 febbraio 1986? Per quale tipo di operazione? Con quali finalità? Tore Forsberg non può fornire alcuna risposta, essendo deceduto nel 2008; prima di lasciare l’incarico aveva definito il proprio lavoro “una necessità illegale con cui tutti gli Stati hanno a che fare”. Allora leggiamo altre carte desecretate, incrociando dati e nomi. Scopriamo che era presente una speciale unità dei servizi, denominata “Barbro”, facente parte della rete svedese Stay Behind. Scopriamo numerose testimonianze ignorate di cittadini che notano quella sera diverse persone in borghese in pieno centro mentre comunicano con ricetrasmettitori portatili: a Barnhusgatan, a Kammakargatan poco distante dal cinema Grand dove si trovano i coniugi Palme e dal viale Sveavagen; due cittadini che parcheggiano l’auto a Tunnelgatan, la via di fuga dell’assassino di Palme, notano due uomini fermi accanto alla scalinata, uno dei quali comunica con un walkie-talkie. Tutto questo è riportato nei verbali delle testimonianze raccolte. Tutto ignorato fino ad oggi.
Sul piano giudiziario, come per J.F. Kennedy, l’omicidio Palme rimane formalmente un caso irrisolto: nessuna condanna, nessun colpevole; improbabili killer solitari indagati e puntualmente deceduti prima dell’avvio del procedimento giudiziario.
Per l’omicidio Palme viene inizialmente condannato in primo grado nel 1988 un pregiudicato, Christer Patterson, prosciolto poi in appello del 1989 per mancanza di prove. Dopo di lui viene indagato il citato Stig Engström, suicidatosi nel 2000. Il 15 settembre 2004 il precedente indagato, Christer Patterson, contatta il figlio di Olof Palme, Marten: vuole incontrarlo, ha cose importante da confidargli sulla morte del padre. Il giorno dopo, prima dell’incontro, Patterson viene ricoverato in coma al Karolinska University Hospital con gravi ematomi alla testa. Muore il 29 settembre per emorragia cerebrale, senza mai aver ripreso conoscenza.
Nessun colpevole, dunque. Anche se quegli atti recentemente desecretati danno un senso a quello strano telegramma ricevuto il 25 febbraio 1986, tre giorni prima dell’omicidio Palme, da Philip Guarino, esponente del Partito Repubblicano molto vicino a George Bush senior: “Tell our friend the Swedish palm will be felled”, informa i nostri amici che la palma svedese verrà abbattuta. La firma è di un italiano, Licio Gelli.
L’Onu aveva affidato a Olof Palme il delicato incarico di arbitrato internazionale fra Iraq e Iran, in guerra da sei anni. Una guerra sanguinosa, sporca, un crocevia di traffico d’armi e operazioni coperte: l’Iran riceve segretamente forniture di armi attraverso una rete formata da pezzi dell’apparato politico/militare Usa/Nato; i proventi servono anche a finanziare l’opposizione dei Contras in Nicaragua. Ma c’è qualcosa di più grave che sta emergendo, di più spaventoso, che Palme sta scoprendo: la rete che fornisce armi all’Iran agisce attraverso strutture operative ramificate all’interno di diversi Paesi dell’Europa Occidentale, operando al di fuori delle istituzioni. Anche nella civilissima Svezia.
La mattina del 28 febbraio, Palme riceve l’ambasciatore iracheno nel suo ufficio a Rosenbad. La stessa sera decide di recarsi, senza scorta, al cinema Grand insieme alla moglie Lisbet. Alle 23.15 i coniugi Palme escono dal cinema Grand si incamminano lungo Sveavagen, il grande viale nel cuore di Stoccolma, diretti a casa. Il primo ministro ha in programma un viaggio a Mosca per incontrare Gorbaciov e condividere alcuni obiettivi del “Rapporto Palme” in materia disarmo e sicurezza comune; ma prima vuole andare a fondo su quella rete che agisce al di fuori delle istituzioni, incrociata nel corso della sua missione diplomatica sul conflitto Iraq-Iran. Ma alle 23.21 un’ombra nel buio si avvicina alla coppia, estrae una Smith & Wesson 357 Magnum e spara due colpi alla schiena del primo ministro, che crolla in una pozza di sangue. Lisbet urla e chiede aiuto, l’ombra si dilegua per sempre correndo verso Tunnelgatan.
Quarant’anni dopo, in un’Europa dove le relazioni internazionali coincidono con i programmi di riarmo decisi dalla Nato, Palme rimane l’ultima figura di autorevole leader politico in grado di pensare, praticare e perseguire un modello europeo di coesistenza pacifica, equidistante e indipendente dagli Usa e dalla Russia, fondato sul sostegno all’autonomia dei Paesi emergenti e sull’Onu come luogo di confronto e azione politica; un modello nel quale il sistema svedese di welfare e tutela dei diritti diventava un riferimento per promuovere nel mondo una più equa distribuzione della ricchezza e dello sviluppo. Tutto ciò mentre le nascenti politiche neoliberiste miravano a costruire il nuovo ordine mondiale, sostituendo progressivamente la politica con l’economia, subordinando Stati e istituzioni rappresentative alle scelte di FMI, Banca mondiale e fondi di investimento, facendo del riarmo e della guerra (dall’Iraq alla Bosnia, da Kiev a Gaza) lo strumento cardine delle relazioni di potere, generando nuove povertà e nuove forme di controllo su scala planetaria.