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Scendere o no in campo? L’ultima cosa che Meloni si augura è che il referendum diventi politico

Stretta fra i marosi di Scilla e Cariddi, la premier fatica a reggere il timone della nave sulla rotta del Sì al referendum. Il dubbio la assilla
Scendere o no in campo? L’ultima cosa che Meloni si augura è che il referendum diventi politico
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Stretta fra i marosi di Scilla e Cariddi, Giorgia Meloni fatica a reggere il timone della nave sulla rotta del Sì al referendum. Il dubbio la assilla: restare fuori dalla feroce contesa sulla riforma della Giustizia, lasciando le briglie sciolte a Nordio e alle strampalate uscite boomerang del ministro e dei colonnelli della destra, palesemente fuori controllo? Ignorare le catastrofiche performance dei cavalieri della destra inciampati rovinosamente sulla vicenda del poliziotto di Rogoredo, difeso a prescindere come vittima della magistratura salvo scoprire che l’uomo in divisa si era effettivamente macchiato dell’omicidio a sangue freddo del pusher? Abbandonare al proprio destino il campo di Agramante del Sì al referendum, permettendo a Bocchino, Bignami e camerati vari di lanciare offensive continue e immotivate contro la magistratura, trasformando il referendum in un derby fra politica e giudici?

Oppure, ragiona Meloni, scendere in campo e governare il confronto, abbandonando i toni incauti adoperati per censurare, manipolandole, le sentenze civili che hanno condannato lo Stato a indennizzare la nave Sea Watch illegalmente trattenuta in porto a causa della negligenza del prefetto di Palermo e l’algerino espulso con la procedura sbagliata? Difficile controllare tutti. L’ennesima uscita harakiri, dal sottosegretario Fazzolari, uno dei ventriloqui di Meloni: “In Russia non c’è la separazione delle carriere. Putin voterebbe No”. Una battuta? Sì, ma micidiale per il fronte del Sì. L’ennesimo regalo al fronte del No.

Attaccare la magistratura non paga, al contrario. Gli ultimi sondaggi segnalano la rimonta forte del No, accreditato di sei punti di vantaggio, e la caduta a picco della fiducia degli italiani nei politici (appena il 12%) contro il 51% nei confronti della magistratura, in salita di 6 punti. Una forbice che potrebbe, se confermata, risultare decisiva nelle urne del 22 e 23 marzo.

Se la premier scendesse in campo mediaticamente con tutto il peso della sua persona e della carica che ricopre, il referendum assumerebbe una coloritura schiettamente politica ed è l’ultima cosa che Meloni si augura. Ha bene in mente la disfatta di Renzi al referendum del 2016 che gli costò la segreteria del Pd e la guida del governo. Rischi che Meloni non corre e però dalla sconfitta il suo governo uscirebbe comunque con le ossa rotte.

Sondaggi a parte, regolarmente ignorati dal mainstream giornalistico schierato al fianco del governo, il confronto è ormai tracimato nella gestione dell’informazione, quella veicolata dai social, troll a parte incontrollabili dalla maggioranza; e nei talk televisivi, arene infuocate in cui Sì e No si confrontano senza esclusione di colpi. La destra possiede l’arsenale mediatico della Rai di Mediaset, nonché sacche di consenso pilotato nelle altre tv commerciali. Fronteggia tuttavia un fronte variegato di comitati, associazioni, blocchi di opinione che, scavalcati i partiti (alquanto dormienti), si avvalgono di nutrite batterie di intellettuali, giornalisti, docenti universitari, uomini di spettacolo e talvolta persino di sport schierati apertamente per il No.

Suo malgrado e forse a sua insaputa, Nordio è il miglior testimonial del No. Il florilegio delle sue dichiarazioni è la confessione dei reali autentici obiettivi della riforma coniugata alla plastica evidenza della confusione venata di paura che può travolgere il fronte del Sì. Ospite di Tiziana Panella a Tagadà, Nordio ha ammesso candidamente che l’obiettivo reale della riforma è sottoporre il pm al controllo del governo. Ha ammesso che le nuove norme non avrebbero alcuna conseguenza sull’efficienza dei processi. Giulia Bongiorno (Lega) in Parlamento gli ha fatto il controcanto: “E’ un ignorante (testuale, ndr) chi sostiene che la riforma migliorerà l’efficienza della Giustizia”. Nordio ha infiorettato la sua personale antologia con un paio di uscite leggendarie. “Il voto per il Sì alla riforma è un voto antifascista”. L’attacco ad armi spianate ai membri togati del Csm, secondo Nordio titolari di un “sistema paramafioso”.

Di fronte a tanto sgarbo istituzionale, il presidente della Repubblica, che presiede anche il Csm, è stato costretto ad intimare l’altolà al governo e ai suoi corifei. “Intendo ribadire il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura e del rispetto che occorre manifestare, da parte delle altre istituzioni, e tra tutte le istituzioni dello Stato”. Più chiaro di così…

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A cura di Paolo Frosina
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