Ong e migranti, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Mary Lawlor chiede al governo di ritirare il “blocco navale”
“Dall’Italia arrivano notizie molto preoccupanti”. Con queste parole Mary Lawlor, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani, ha commentato l’ultima iniziativa del governo italiano. Al centro delle critiche c’è il nuovo disegno di legge che, nell’implementare il Patto UE sulla migrazione, contiene norme che contrasterebbero con il diritto internazionale, pensate per limitare ulteriormente l’azione delle navi umanitarie che assistono le persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale, che nel 2025 ha causato almeno 1.342 tra morti e dispersi.
“Ho ricevuto notizie molto preoccupanti riguardo alla proposta di legge presentata in Italia per attuare il Patto europeo sulla migrazione. Sembra che le proposte siano in netto contrasto con il diritto internazionale e mirino nel limitare ulteriormente il lavoro di chi difende i diritti dei migranti in mare. Il governo dovrebbe rispettare il diritto internazionale e abbandonare il disegno di legge”, sono le parole pubblicate su X da Lawlor, che ha ricevuto il mandato dal Consiglio Diritti Umani dell’Onu nel 2020. In particolare si riferisce alle norme del ddl che il governo ha già rivendicato come il “blocco navale” promesso in campagna elettorale. Come il Fatto ha già scritto, ci sarebbe un problema di contrasto con il diritto internazionale e in particolare con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). Il ddl prevede la possibilità di interdire temporaneamente l’ingresso nelle acque territoriali per ragioni come la pressione migratoria eccezionale, le emergenze sanitarie o eventi internazionali di alto livello. Ma la Convenzione Unclos elenca già in modo tassativo i casi in cui il passaggio di una nave può essere considerato non inoffensivo e, sostengono molti giuristi, uno Stato non può aggiungere nuove eccezioni, specialmente se queste violano l’obbligo di soccorso. Chi è coinvolto in operazioni di soccorso in mare ha sempre il diritto di entrare nelle acque territoriali.
Quello della Lawlor non è un richiamo isolato, ma segue le precedenti frizioni tra l’Onu e l’attuale governo italiano. Già nel maggio 2024, la Relatrice speciale, insieme ad altri esperti delle Nazioni Unite come Gehad Madi e Cecilia M. Bailliet, aveva inviato una missiva al governo esprimendo profonda preoccupazione per le detenzioni ingiustificate delle navi umanitarie Sea-Watch 5 e Geo Barents. In quell’occasione, i relatori avevano evidenziato come il decreto Piantedosi e la strategia di assegnazione di porti lontani rappresentassero una restrizione indebita della libertà di associazione e del diritto a promuovere i diritti umani, risultando incompatibili con i trattati internazionali come la Solas e la Convenzione sui diritti civili e politici. La difesa di Roma si era arroccata su ragioni logistiche e di gestione dei flussi. Attraverso una nota verbale, il governo aveva sostenuto che l’indicazione di porti nel Nord Italia servisse a decongestionare la Sicilia e la Calabria, sottolineando come in certi periodi dell’anno scarseggiassero persino i bus per i trasferimenti interni. Quanto ai fermi amministrativi delle navi, spesso per non aver accettato le indicazioni della cosiddetta guardia costiera libica, molti hanno continuato ad essere annullati dai tribunali che hanno più volte sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale di norme che sembrano ignorare l’articolo 117 della Costituzione, che impone il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Più difficile stavolta parlare di ragioni logistiche, il ddl sembra già in rotta di collisione con le Nazioni Unite.