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La due diligence si applicherà a meno di 10 aziende tessili in Italia. Così l’Omnibus l’ha distrutta

Quattro anni per approvare una direttiva e solo uno per distruggerla. Secondo la riforma, non è il business che fa male all’ambiente, ma la protezione dell’ambiente che fa male al business
La due diligence si applicherà a meno di 10 aziende tessili in Italia. Così l’Omnibus l’ha distrutta
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di Priscilla Robledo*

Ci sono voluti quattro anni per approvare una direttiva sulla due diligence, e solo uno per distruggerla. Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha intrapreso il processo di riforma delle direttive sulla sostenibilità ambientale e sociale delle aziende multinazionali mediante un pacchetto Omnibus di “semplificazione”. Il 24 febbraio 2026, il Consiglio lo ha concluso, con una vera e propria deflagrazione.

Questa riforma prende a pugni le direttive sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità (CSDDD) e sulla rendicontazione societaria di sostenibilità (CSRD). Con riferimento alla CSDDD, la riforma richiede uno standard di due diligence inferiore addirittura a quello delle Nazioni Unite e dell’OECD. Le modifiche alle disposizioni fondamentali della CSDDD depotenziano in modo tale la normativa da minare la legittimità stessa della legislazione.

La due diligence si applicherà a meno di 10 aziende tessili in Italia
La riforma restringe l’ambito di applicazione della CSDDD alle aziende con 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato, con la conseguenza che saranno pochissime le imprese effettivamente soggette agli obblighi: Omnibus riduce l’ambito di applicazione della CSDDD di circa il 70%. Questa modifica esclude dall’ambito di applicazione settori ad alto rischio, a partire dal tessile. In Italia si stima che la normativa si applicherà a meno di 10 aziende tessili in tutto.

Non vedo, non sento, non parlo
Vengono ridotti gli obblighi di due diligence: Omnibus limita le modalità e i tempi con cui le aziende possono richiedere informazioni ai propri fornitori e subfornitori. Ai fini della mappatura dei rischi di violazione, nella prima fase le aziende possono utilizzare solo “informazioni ragionevolmente disponibili”, formula che peraltro non corrisponde a nessun concetto giuridico specifico. Ma non solo: nella fase di valutazione approfondita, le aziende possono richiedere informazioni ai partner commerciali “solo se necessario” e, per i partner con meno di 5.000 dipendenti, solo se le informazioni non possono essere ragionevolmente ottenute con altri mezzi. Tutt’altro che chiaro, in una riforma che punta alla semplificazione.

In Italia, le dimensioni medie di una azienda che opera nella filiera di produzione tessile non superano le poche decine di dipendenti. Con i limiti imposti al perimetro della due diligence possibile, le imprese italiane fornitrici dei grandi brand del lusso sono totalmente fuori dal radar. Ciò significa che i brand potranno continuare a rivolgersi a queste aziende, fingendo di non sapere le condizioni di lavoro in cui versano i dipendenti: basta non fare domande di cui non si vogliono sapere le risposte.

Drill, baby, drill
L’intensa e aggressiva attività di lobbying da parte dell’industria dei combustibili fossili e dai governi di USA e Qatar ha portato a eliminare completamente dalla CSDDD l’obbligo per le aziende di adottare e pubblicare dei piani di transizione climatica nel rispetto degli obiettivi contenuti nell’Accordo di Parigi alla COP21 del 2015. Ciò significa che le aziende più grandi e più inquinanti non saranno tenute ad adottare misure concrete per ridurre il loro impatto su clima e ambiente, trasferendo il costo del cambiamento climatico sulle persone e le comunità locali.

È il rovesciamento della realtà: secondo la riforma, non è il business che fa male all’ambiente, ma la protezione dell’ambiente che fa male al business.

I panni sporchi vanno lavati in famiglia
La riforma riduce le possibilità di coinvolgimento delle parti interessate (stakeholders) quali sindacati e ONG nella gestione delle violazioni dei diritti umani, al punto da negarlo del tutto nelle fasi più delicate, e cioè quando le aziende sospendono o interrompono i rapporti commerciali e quando monitorano l’efficacia delle loro politiche di due diligence. Ciò nega a sindacati e ONG la possibilità di contribuire, con la loro conoscenza ed esperienza sul campo, alle decisioni aziendali cruciali che incidono sui diritti umani delle lavoratrici e lavoratori della filiera, rafforzando ulteriormente lo squilibrio strutturale di potere tra le multinazionali e i lavoratori e le comunità su cui esse hanno un impatto.

Giustizia fai da te
La riforma elimina l’obbligo di adottare tra gli Stati membri un regime armonizzato di responsabilità civile per le aziende che violano la Direttiva, limitando in tal modo l’accesso alla giustizia e alle tutele per le vittime. In tal modo, Omnibus rischia di reintrodurre proprio quell’incertezza giuridica e quella complessità nell’ottenimento di tutela in giudizio che la CSDDD mirava a eliminare.

Per la transizione giusta servono politiche ambiziose e regole chiare. Questa riforma Omnibus invece, indebolisce in modo significativo le principali garanzie che la CSDDD conteneva per proteggere le persone e il pianeta lungo le catene del valore globali. È frutto di una visione politica intrisa di neocolonialismo estrattivista e sullo sfruttamento bieco delle persone e delle risorse comuni che va ostacolata in tutti i modi.

Il ripristino della competitività europea non può passare per il sacrificio di una parte della società e del mondo. È necessario che tutte le forze sociali, sindacali, della società civile e della politica extra istituzionale, del mondo accademico, trovino una voce comune che promuova questa visione. Non può esserci sviluppo, non può esserci benessere condiviso se non si mira a salvaguardare per prima cosa lavoratrici e lavoratori, ambienti e comunità.

*responsabile Lobby e advocacy di Campagna Abiti Puliti

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