Elezioni in Ungheria, verso il tramonto dell’era Orbán: lo sfidante Magyar ha 20 punti di vantaggio. Colpo ai nazionalisti in Ue
L’ufficio da primo ministro ungherese è come una seconda casa per Viktor Orbán. Lì dentro, nei passati 16 anni, ha dialogato con capi di governo, ha pensato le riforme “illiberali” che hanno caratterizzato i suoi quattro mandati consecutivi, ha studiato le strategie che lo hanno reso inviso alle istituzioni europee e anche ai suoi ex colleghi all’interno del Partito Popolare Europeo. A poco più di un mese dalle elezioni ungheresi, però, l’uomo forte di Budapest sa che molto probabilmente quelli che sta vivendo sono i suoi ultimi giorni alla guida del Paese e che le chiavi di quell’ufficio dovrà cederle al suo ex braccio destro in Fidesz e oggi principale avversario politico, Péter Magyar. Gli ultimi sondaggi dell’istituto demoscopico Median, in vista del voto del 12 aprile, lo danno 20 punti percentuali in svantaggio anche se il leader magiaro proverà in ogni modo a ribaltare una situazione che appare ormai compromessa. Con l’Ue che guarda interessata: l’addio di Orbán toglierebbe dal tavolo dei 27 il più influente esponente del nuovo nazionalismo europeo.
Massima attenzione in Ue
La fine dell’epoca Orbán, se le elezioni lo vedranno sconfitto, avrà ripercussioni su un Paese, l’Ungheria, che si risveglierà da una stagione politica durata 16 anni. Ma anche in Unione europea l’attenzione è massima. Il suo governo è uno di quelli che più di tutti è finito sotto accusa per la violazione dei principi fondanti dell’Ue, costringendo le istituzioni ad attivare, in alcuni casi, la clausola di sospensione che ne ha limitato i poteri in sede di Coniglio Ue. E anche in questi giorni, con l’Ungheria è iniziato un nuovo scontro sul nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia, il ventesimo, e soprattutto sul blocco del prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Dopo il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba che trasporta petrolio russo fondamentale per la sopravvivenza energetica dell’Ungheria, il premier ha deciso, insieme all’alleato slovacco Robert Fico, di sospendere il prestito a Kiev fino a quando questa non si sarà occupata di riparare le pipeline. L’Ue, che ha promesso quei soldi a Volodymyr Zelensky per continuare a resistere alle pressioni di Mosca, deve trovare un modo di convincere (o costringere) il leader magiaro a rispettare gli accordi presi, senza però cedere a forzature che possano rilanciare l’antieuropeismo di Orbán, offrendogli così un vantaggio elettorale. È questa la principale preoccupazione a Bruxelles: non dare appigli a un leader sul finire della sua avventura.
Quest’ultima mossa del premier dimostra che la sua strategia elettorale rimane sempre la stessa: estremizzare il dibattito. “Il tempo per un recupero appare molto ridotto – spiega a Ilfattoquotidiano.it Serena Giusti, ricercatrice esperta di Russia ed Europa dell’Est per Ispi – Venti punti sono tanti. Ma se una possibilità esiste, Orbán la inseguirà estremizzando il dibattito su temi importanti e sentiti come il supporto all’Ucraina. Il suo avversario politico non ha queste posizioni estreme, quindi a lui non resta che cercare consenso tra i più radicali nel Paese. Un altro tema che potrebbe sfruttare, collegato anche al dossier ucraino, è proprio quello del costo dell’energia. Perdere le forniture russe nel caso di un allineamento alle politiche europee farebbe aumentare i prezzi e su questo Orbán, che ha sempre salvaguardato il canale diretto con Mosca, tenterà di riguadagnare terreno. Ma non credo basterà”.
Il potere logora anche l’uomo forte
Non basterà, spiega la professoressa, perché 16 anni sono lunghi ed è impossibile giustificare le mancate riforme per risolvere i problemi interni. “Sono molte le cose che gli vengono contestate – aggiunge Giusti – L’economia è in stagnazione e mettere a rischio le entrate a causa della vicinanza alla Russia, in un Paese che per motivi anche storici non si sente vicino a Mosca, non gli fa certo una buona pubblicità. Lo stesso vale per la decisione di partecipare al Board of Peace per Gaza mostrando sottomissione anche al volere di Donald Trump. C’è poi la corruzione sempre più diffusa nel Paese, oltre ad alcuni scandali che hanno coinvolto politicamente anche l’esecutivo, come quello sugli abusi sui bambini in un orfanotrofio statale di Budapest. Ecco, fino a quando le cose vanno bene, la popolazione riesce a digerire anche riforme illiberali come quelle contro le ong, i media e i giudici, ma quando i problemi iniziano ad accumularsi, allora un leader come Orbán paga per le sue politiche liberticide“.
Inoltre, per la prima volta da molti anni, l’alternativa non fa paura. Magyar non è un estremista, ma un conservatore proprio come Orbán che ha militato in Fidesz per circa 20 anni e che vuole ripartire dai principi cardine del conservatorismo nazionale ‘ripulito’ dalla svolta estremista del premier: “Magyar ripartirà dai punti più forti della sua campagna elettorale – spiega Giusti – Quindi la lotta alla corruzione, una maggiore attenzione ai diritti. Sa, inoltre, che la situazione economica è complicata e punterà su una nuova apertura nei confronti di Bruxelles anche al fine di favorire un maggior flusso di fondi Ue“. Permettere l’adesione dell’Ucraina in Europa, che Orbán vuole scongiurare, significa però anche spartire la torta dei fondi di coesione fondamentali per Budapest. “Un cambio di posizione su questo dossier – chiude Giusti – potrebbe però essere premiato dall’Europa, anche economicamente”.
Cosa resterà di Visegrád
La possibile fine della stagione di Viktor Orbán alla guida del governo ungherese segna anche una decisiva riforma del Gruppo di Visegrád rispetto agli anni scorsi. Il cambio di colore alla guida della Polonia aveva già modificato l’orientamento dell’alleanza che aveva fatto registrare anche degli scontri. Ma il partito polacco di estrema destra Diritto e Giustizia rimane una formazione forte, capace in futuro di tornare alla guida del Paese. L’eventuale fine dell’era Orbán, invece, lascerebbe le istanze nazionaliste nelle mani della Slovacchia di Robert Fico e della Croazia di Andrej Babiš. Un ridimensionamento notevole che rinvigorirà le istanze europeiste e moderate a Bruxelles. Anche perché, dal 13 aprile, il fronte nazionalista europeo potrebbe perdere quello che per oltre 15 anni è stato il suo leader di punta.