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Cuore “bruciato”, martedì l’incarico ai periti per l’incidente probatorio sull’autopsia di Domenico Caliendo

I periti del gip dovrebbero essere due, mentre la procura non ha nominato un consulente. Ciascuno dei sette indagati potrà nominare i propri consulenti di parte
Cuore “bruciato”, martedì l’incarico ai periti per l’incidente probatorio sull’autopsia di Domenico Caliendo
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Proseguono le indagini della procura di Napoli sul caso del cuore “bruciato”. A sei giorni dalla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo morto sabato scorso dopo l’impianto di un cuore danneggiato, arriva un primo snodo importante dell’inchiesta condotta dal pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci. È stato fissato per martedì prossimo, davanti al giudice per le indagini preliminari di Napoli Sorrentino, il conferimento degli incarichi. I periti del gip dovrebbero essere due, mentre la procura non ha nominato un consulente. I magistrati della VI sezione – lavoro e colpe professionali – hanno iscritto nel registro degli indagati sette medici nei confronti dei quali si ipotizza il reato di omicidio colposo in concorso. Ciascuno degli indagati potrà nominare i propri consulenti di parte.

Intanto la Procura di Napoli smentisce altre indagini in corso su due trapianti eseguiti in passato all’ospedale Monaldi. La morte del piccolo Domenico ha acceso l’attenzione sulla gestione clinica e organizzativa del reparto. L’acquisizione di documentazione sanitaria e protocolli interni rientra in questo percorso di verifica, che potrebbe nelle prossime settimane chiarire se vi siano profili di responsabilità o se, al contrario, le procedure siano state correttamente seguite. Uno dei capitoli, non secondari dell’inchiesta, riguarda anche la formazione sull’uso dei box per la conservazione degli organi che sarebbe stata disposta ma non eseguita dal personale. E così che i tre contenitori di ultima generazione sono rimasti a Napoli, mentre l’equipe dei chirurghi è arrivata a Bolzano con una specie di borsa frigo.

Oltre a Guido Oppido (cardiochirurgo e responsabile Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi), Francesca Blasi (anestesista Uoc Cardiochirurgia pediatrica e cardiopatie congenite), Mariangela Addonizio (cardiochirurga Monaldi), Emma Bergonzoni (cardiochirurga Monaldi),Gabriella Farina (cardiochirurga Monaldi, responsabile espianto organo) e Vincenzo Pagano (cardiochirurgo Monaldi, componente équipe espianto). Proprio per gli approfondimenti della formazione nella lista degli indagati è stata aggiunta Marisa De Feo, direttrice del reparto di cardiochirurgia e trapianti dell’ospedale Monaldi.

Oppido ha dichiarato nella sua relazione che “all’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio e si constatava che il materiale refrigerante utilizzato non era ghiaccio convenzionale, bensì ghiaccio secco”. Estrarre l’organo avrebbe richiesto almeno 20 minuti.

Per quanto riguarda le fase precedenti agli eventi in sala operatoria, Oppido scrive che le manovre di isolamento dei vasi e delle strutture cardiache del piccolo Domenico, “mantenendo una stabilità emodinamica soddisfacente” sono state avviate quando da Bolzano, l’equipe di espianto d’organo, che era partita da Napoli, ha comunicato l’avvenuto espianto “senza complicanze” e la ripartenza per il capoluogo campano. Il contenitore termico con il cuore nuovo per Domenico è entrato in sala operatoria alle ore 14.30 e – si legge – “ottenuta conferma che tutto fosse conforme, si procedeva alla cardiectomia del cuore del ricevente, fase che richiede circa 15 minuti. Tuttavia solo al completamento della cardiectomia si prendeva piena consapevolezza delle criticità”.

Dalla relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute emerge che sarebbero tre i “principali fattori” che hanno contribuito a trasformare un trapianto in un disastro sanitario. Si tratta dei fattori ‘ghiacciò, ‘contenitore e ‘comunicazione’.

Il primo fattore, si legge nella relazione, “riguarda una falla procedurale, in quanto la partenza dal Monaldi con una quantità di ghiaccio non sufficiente si è configurata come un momento critico del processo. Tale condizione ha determinato, in una fase successiva, la necessità di richiedere ulteriore ghiaccio presso la sede dell’espianto, che è stato successivamente versato nel contenitore di trasporto dell’organo, contribuendo alla compromissione delle condizioni di conservazione durante il trasferimento verso il Monaldi di Napoli”.

Il secondo fattore, riguarda la “mancata verifica finale del contenitore di trasporto da parte dell’equipe di espianto che, al momento della chiusura, non ha effettuato un efficace controllo, procedendo alla chiusura immediata del contenitore senza un’ulteriore validazione delle condizioni di conservazione dell’organo”. Infine, il terzo fattore è rappresentato da un “deficit comunicativo e procedurale significativo all’interno dell’equipe di sala operatoria, in particolare nelle fase critica del processo relativa all’espianto del cuore del ricevente e all’impianto del cuore del donatore”. A questi tre fattori va sicuramente aggiunto l’intervento del cardiochiurgo austriaco presente con la sua equipe per il prelievo di fegato e reni, che ha dichiarato di essere stato costretto a intervenire nel campo operatorio della dottoressa Farina perché il cuore e gli altri organi si stavano gonfiando.

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