La situazione umanitaria a Cuba è ormai insostenibile: la petizione per non abbandonare la popolazione
di Sara Romanò*
A Cuba è tempo di misure draconiane per fronteggiare la scarsità di energia, aggravata dalla politica di “massima pressione” del governo Trump: minacce di nuovi dazi e sanzioni unilaterali ed extraterritoriali contro i paesi che inviano petrolio all’isola. La motivazione ufficiale è che Cuba sarebbe una “emergenza nazionale” per la sicurezza degli Stati Uniti. Dopo che la Corte Suprema ha chiarito che il potere di imporre dazi spetta al Congresso, Trump ha revocato i dazi aggiuntivi, ma ha mantenuto la dichiarazione di emergenza nazionale. Sarebbe comico, non fosse tragico.
La mancanza di energia ha paralizzato Cuba. Famiglie, imprese e istituzioni sono senza elettricità per molte ore al giorno, con gravi ripercussioni su produzione e distribuzione di cibo, accesso all’acqua potabile e servizi sanitari, ora riservati a urgenze e a terapie salvavita. Il carburante è introvabile e costoso, i trasporti pubblici sono rari. Le attività produttive sono ferme: è stata introdotta una forma di cassa integrazione, incentivato il telelavoro e ricollocati i lavoratori in sedi più vicine a casa. Le scuole sono tornate alla didattica a distanza e si pensa a una chiusura anticipata. È un lockdown senza una data di fine, non causato da una pandemia, ma da sanzioni unilaterali che rischiano di provocare una prevedibile crisi umanitaria. L’Onu ne chiede infatti la rimozione o l’allentamento.
Tra i promotori dell’inasprimento c’è Marco Rubio, che da anni persegue il consenso in Florida promettendo la fine del socialismo cubano tramite sanzioni sempre più dure. Il prezzo sono penuria e sofferenze, soprattutto per i più fragili: bambini, anziani, donne incinte e malati. Il blocco petrolifero si aggiunge a 67 anni di embargo che, per il suo carattere extraterritoriale, condiziona anche la sovranità di altri paesi. Già nel 1960 il diplomatico Lester Mallory indicava che l’obiettivo era provocare “fame e disperazione” per rovesciare Castro.
Da anni molti paesi e l’Onu chiedono la fine di una punizione collettiva che mina lo sviluppo di uno Stato sovrano. Obama aveva avviato una stagione diversa, ripristinando relazioni diplomatiche e allentando in parte le sanzioni. L’obiettivo restava il medesimo, ma la strategia cambiava: attenuare gli aspetti più contestati dell’embargo per sottrarre al governo cubano l’argomento delle difficoltà attribuite a sanzioni americane e rafforzare l’idea di un “embargo interno”, cioè delle inefficienze del sistema socialista.
Due gli strumenti principali utilizzati dall’amministrazione Obama: esentare le imprese private cubane dal blocco e consentire la vendita di alcuni prodotti essenziali previa licenza, mantenendo però severe restrizioni finanziarie. In pratica, prodotti formalmente commerciabili risultavano difficili da acquistare per condizioni di pagamento complesse e rischiose. Ciò ha alimentato la percezione che le carenze dipendessero solo dalle inefficienze interne, erodendo il consenso.
Le sanzioni implicano di fatto che lo Stato cubano rinunci alla piena capacità di produrre, controllare e distribuire beni essenziali. Nessun paese lo fa. Accetteremmo che l’Italia fosse costretta da un paese estero ad acquistare dispositivi medici solo da imprese private nazionali, senza poterli produrre o comprare all’estero? Ha suscitato stupore il caso della Relatrice Onu Francesca Albanese, privata dell’accesso a strumenti finanziari di base anche fuori dagli Usa su iniziativa di Rubio. Restrizioni simili, e più ampie, fanno parte da anni dell’esperienza cubana. Le privatizzazioni di settori strategici mostrano che la perdita di controllo pubblico può tradursi in aumenti di prezzi e riduzione dei servizi meno redditizi ma essenziali.
Nonostante il blocco, Cuba ha raggiunto buoni indicatori di sviluppo umano e, spinta dalla scarsità energetica per ragioni geopolitiche, è diventata un esempio di sviluppo sostenibile. Ha prodotto innovazioni in medicina, cultura, arte e sport e fornito cooperazione internazionale. Durante il Covid, sanitari cubani hanno operato anche in Italia. Con queste azioni Cuba prova a spezzare l’isolamento imposto dall’embargo, volto a favorire un governo più allineato a Washington.
Chi rifiuta la logica del più forte non può lasciare sola la popolazione cubana, che ha il diritto di scegliere autonomamente la propria strada verso benessere e sviluppo. È questo il senso della petizione promossa da ricercatrici e ricercatori di tutto il mondo, che in pochi giorni ha raccolto oltre 1.900 firme.
*sociologa del dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università di Torino