Qual è l’anagramma di Nordio? I giorni tristissimi del superministro
Sul punto la realtà è spietata. L’anagramma di Nordio sarebbe “Dirò No” e questa singolare ultima considerazione produce in noi l’idea di un allineamento maligno dei pianeti nei confronti del ministro, e la tesi di un complotto dell’enigmistica darebbe a Carlo Nordio il motivo per impegnarsi ancora e ancora di più nella campagna referendaria per il Sì.
Però, e qui lasciamo alla cronaca di illustrare i problemi, la premier Giorgia Meloni gli avrebbe chiesto di ridurre lo standard delle sue prestazioni, allegerire l’enfasi polemica e così avviarsi verso un prosieguo della campagna referendaria più light, perchè il clima infuocato non sembra faccia bene al Sì.
La Meloni, insomma, avrebbe considerato che le parole di Nordio fruttavano maledettamente al No, e la sua personalità, così esposta nel dibattito politico, collezionava sintetiche ma irriferibili espressioni. Un guaio, insomma!
Poi c’è la sfortuna (e l’allineamento negativo dei pianeti sarebbe il motore di tanta sfiga) che ha condotto Nordio a dover rievocare, proprio sulle colonne del Fatto Quotidiano, la velenosa menzione giudiziaria a firma di Massimo D’Alema che anni fa ha chiesto e ottenuto dal tribunale di Perugia, chiamato per competenza, un risarcimento danni per l’irragionevole durata dell’indagine fatta a suo carico (e su quello di Achille Occhetto) a firma proprio di Nordio. Finanziamento illecito fu l’accusa iniziale della procura veneziana che poi venne archiviata ma il fascicolo, trattato dall’allora Pm Nordio, rimase in stand by per ben 50 mesi. Ventiduemila euro la pena pecuniaria sborsata dal ministero della Giustizia.
La storia rincorre Nordio, oggi ministro e intenzionato (a meno che gli astri non facciano altri scherzi) a far pagare a quelli che sono stati suoi colleghi il conto che lui – in nome della legge – non ha potuto saldare.