Nell’aula Caldora dell’Università della Calabria il confronto sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere accende gli animi fino a trasformarsi in uno scontro senza sconti, rivelando il nervosismo plateale del governo Meloni per la risalita del No nei sondaggi. Da una parte, Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e vicepresidente della Camera, schierato per il Sì alla riforma Nordio; dall’altra Giuseppe Conte, leader del M5s, che guida il fronte del No. In mezzo, una platea di studenti e di persone di diverse generazioni che ascoltano, applaudono, rumoreggiano e, a un certo punto, irrompono nella scena.
È il momento delle domande. Mulè prende la parola e, quasi a voler segnare il tempo, ricorda di avere fretta: da vicepresidente della Camera deve andare a Niscemi. Gli applausi per Conte lo infastidiscono. “Se volete, posso pure non fare più il vicepresidente della Camera. Sapete, io non ci sto proprio ad andare a Niscemi”, dice, lasciando cadere la frase con un tono che suona come una sfida.
Conte coglie l’assist e, con ironia, replica: “Non minacciare, perché altrimenti potrebbero raccogliere il tuo invito”.
“Appunto”, commenta Mulè, che aggiunge, con evidente stizza: “Vedo che la claque è ben composta”.
Uno studente formula una domanda puntuale e tecnica: “Intervenire sulla giustizia significa incidere su un potere fondamentale dello Stato. Lei sostiene il sì. Dunque, come garantire che la riforma non venga percepita come un intervento punitivo nei confronti della magistratura, ma come un rafforzamento della qualità democratica del sistema?”.
Mulè risponde negando qualsiasi intento punitivo: “Non sarà per nulla punitivo, ma per un motivo semplice. Andatevi a vedere quanti sono gli ammonimenti e le censure del Csm ai magistrati”.
Mentre parla, per rendere plastica l’idea di sanzioni disciplinari leggere, assesta uno schiaffetto a una bottiglietta d’acqua e si dà un buffetto sulla faccia.
Poi attacca il fronte del No sul terreno del confronto internazionale: “I sostenitori del No ci paragonano alla Francia, ma magari Iddio. Il pm in Francia è definito ‘agente dell’essecutivo’, dipende direttamente dal ministro della Giustizia”.
Conte ride, indica Mulè e si rivolge al pubblico: “Lo dice lui, eh: magari Iddio”.
Il sottinteso è chiaro: la tentazione di sottoporre il pubblico ministero all’esecutivo è esattamente ciò che il No denuncia.
Mulè si spazientisce e rilancia: “Ho detto così nel senso che sei caduto malamente con questa accusa, perché anche in Spagna, che prima hai citato, c’è una ferrea separazione delle carriere coi pm sotto l’esecutivo. Ma non è quella la roba che vogliamo. Qui non sarà mai così, checché ne dicano le Cassandre e i maghi Otelma che guardano nella palla di vetro. Non può essere così, non avverrà. Solo nel paese di Acchiappacitrulli il magistrato può andare sotto l’esecutivo. In Italia no. Proprio perché non c’è e non ci può essere nessun intento punitivo, perché c’è una cosa che salvaguardia tutti, che è la Costituzione”.
Poi si rivolge al pubblico: “Per come si sta oggi, però, voi ne avete tutti da perdere. Perché senza questa riforma Nordio la magistratura non sarà libera e indipendente, ma continuerà a essere sotto il giogo politico di chi vuole tenere i pm e i giudici controllati dal Csm. Palamara era la punta dell’iceberg. Andatevi a vedere le chat. Ha pagato Palamara? Male che abbia pagato solo lui. Quel Csm – rincara – non ha avuto né la forza, né la coerenza, né la dignità di punire gli altri giudici. Hanno fatto l’amnistia. A me non piace. A me non piace questa magistratura che non è in grado di autoregolarsi. Io voglio una magistratura libera”.
L’intervento del parlamentare è un crescendo rossiniano di accuse al Csm, finché dal pubblico si leva una voce: “Ma proprio voi di Forza Italia parlate di legalità?”.
È la scintilla. Mulè sbotta e alza la voce in modo incontenibile: “No, io parlo di legalità quanto mi pare e lei non si permetta di dare a me nessuna lezione. Non si permetta né lei, né nessun altro. Parlo di legalità perché io sono una persona perbene. Chiaro? Non si permetta. Perché per colpa di persone come lei, la gente non capisce cosa andare a votare. Lei non ha nessun diritto di appiccicare a me e alla mia parte politica alcun esempio di legalità o illegalità, chiaro? Ci sarà lei non perbene, non io! Perché si permette di diffamarmi e di calunniarmi in questa maniera. E si permette di farlo qui perché sa di poterlo fare”.
E avverte: “Sia chiaro: lei neanche mi scivola addosso. Non si permetta, altrimenti la denuncio. Non si permetta di dare dell’illegale a me e alla mia parte politica. Dia nome e cognome e io la porto in tribunale. Lei, come chiunque altro, non si permetta. Questa è la deriva a cui vi stanno portando, come sta facendo questo signore coi capelli bianchi che dovrebbe dare anche l’esempio di moderazione e di rispetto. Vi vogliono portare a questo: a dire che noi siamo quelli brutti, sporchi, cattivi, gli illegali, i mafiosi, gli amici della P2”.
L’agitazione di Mulè è evidente, le frasi si accavallano, compaiono errori marchiani di espressione. Il vicepresidente della Camera dei deputati si rivolge quindi a Conte: “Avete voluto il taglio dei parlamentari come Gelli. Ma con che coraggio ci venite oggi a dire noi che siamo discendenti della P2? Nessuno si permetta di infangare il referendum dando patenti di legalità o illegalità. Siamo tutti persone perbene fino a prova contraria. Siamo tutti cittadini italiani uguali”.
Infine, il rituale attacco ai magistrati: “Io al referendum dirò un Sì grande quanto una casa, perché questa magistratura con questo sistema ha fallito e ha dimostrato che il Csm era un verminaio in cui tutte le promozioni, tutte le nomine obbedivano soltanto a criteri politici di spartizione del potere”.