Gli Usa cercano di dare il colpo di grazia a Cuba: alleati annientati o sanzionati, l’isola non ha più petrolio e soffoca nel buio
Notti al buio, senza corrente. Interventi chirurgici eseguiti con la torcia dei telefonini, nell’ospedale Ramón González Coro. Fuori: strade piene di immondizia, hotel che chiudono a catena e turisti che abbandonano l’isola. Neppure le Guaguas, gli autobus urbani, circolano più e nei barrios si cucina insieme, col carbone o la legna, tornando indietro di decenni. Cuba – l’ultima spina nel fianco degli Usa nelle Americhe – soffoca nel buio: l’isola non ha ricevuto una goccia di petrolio nel 2026. Washington taglia i ponti dell’Avana con il mondo. E nessuno osa darle una mano. Persino il Messico – che nel 2025 l’aveva sostenuta con oltre 1 milione di dollari in greggio – si è tirato indietro dopo che gli Usa hanno minacciato dazi su “qualsiasi Paese che direttamente o indirettamente fornisca petrolio a Cuba”.
Neppure le brigate mediche, che vantano 24mila sanitari cubani nel mondo, si salvano dalla stretta. L’amministrazione Trump sostiene di voler “porre fine” a un sistema di “lavoro forzato” e chiede e minaccia “restrizioni” nei confronti dei Paesi che li ospitano e dei loro rappresentanti, cui potrebbero essere revocati i visti per turismo e affari. Ed è subito effetto domino. Il primo a obbedire è stato il Venezuela, divenuto protettorato Usa, rimpatriando in silenzio decine di sanitari. In seguito il Guatemala ha interrotto oltre un decennio di collaborazione e rispedito a casa 412 operatori. Il dipartimento di Stato ha subito reagito celebrando “le misure di chi si allontana dalle pratiche di sfruttamento”. Sotto pressione il Brasile, che denuncia “l’interferenza” Usa nei suoi affari interni. Altri Paesi si sono detti disposti a farsi carico della missione, pur di mantenere in Patria i sanitari dell’Avana. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio sostiene che le missioni cubane sono “traffico di persone“, poiché il regime cubano trattiene “fino all’85% dei loro stipendi”. In realtà la finalità è quella di tagliare circa 8 miliardi di dollari di entrate all’Avana, frutto delle missioni sanitarie all’estero. La strategia è chiara: chiudere tutti i rubinetti. Lo ha reso noto lo stesso Rubio, che alla Conferenza di Monaco ha detto: “Per la prima volta non hanno l’aiuto di nessuno. E il modello è rimasto allo scoperto”.
Il segretario di Stato Usa sottolinea che, con Nicolás Maduro fuori dai giochi, il regime dell’Avana “è rimasto senza padrini” dopo essere “sempre sopravvissuto con aiuti: prima dell’Urss e poi di Chávez”. Negli anni d’oro della Revolución Bolivariana l’invio di petrolio da Caracas all’Avana era di circa 100mila barili giornalieri (poi calati a 27mila durante l’era Maduro). Lo strangolamento di Cuba segue lo stesso copione dell’occupazione di Caracas: punire, sottomettere, riallineare tutti. Basta infatti “allinearsi agli obiettivi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti” affinché la pressione venga meno, si legge nell’Executive Order anti-Cuba del 29 gennaio. In fondo anche le differenze sono diventate “negoziabili”: non si parla più di diritti umani né di democrazia, ma dell’alleanza di Cuba con “numerosi Paesi ostili” agli Usa e “attori maligni”, che mettono a repentaglio la stabilità e la sicurezza statunitense. È il caso della Russia – che sull’isola ha un importante laboratorio di intelligence – ma anche di Hamas e Hezbollah (sebbene non ci siano prove della loro presenza sull’isola).
Lo stesso Trump ha intimato all’isola di “trovare un accordo”, pur definendola una “nazione fallita”. I negoziati sono in corso. L’uomo chiave, spuntato negli ultimi giorni, è Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl e nipote di Fidel, che da settimane sostiene colloqui “discreti” con lo stesso Rubio. E mentre gli esuli di Miami auspicano la caduta del regime all’Avana ,c’è chi spera nel dialogo: “Trump e Díaz Canel devono raggiungere un accordo”, dice Jorge Fernández, autista nella località di Varadero, “qui soffrono solo le persone. Il Paese si è fermato”. Resta invariata la repressione con il professore universitario Ariel Manuel Martín Barroso è stato condannato a dieci anni di carcere per “oltraggio” dopo aver affisso cartelli contro il presidente cubano Miguel Díaz-Canel.
Nel frattempo la diplomazia resta timida e inefficace. L’Onu critica l’illegalità delle sanzioni, che non osservano il diritto internazionali, e Vladimir Putin ribadisce il suo sostegno a Cuba, nella “lotta per l’indipendenza”. Il capo del Cremlino ha anche ricevuto il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, a Mosca. Più concreta la Cina, che promette “sostegno” e “assistenza logistica”. Ma non basta. Sul bollettino del Partito comunista cubano, Granma, si parla addirittura di “genocidio premeditato” da parte degli Usa, che avrebbero trasformato l’Avana in un “grande laboratorio” volto a “misurare capacità di sopravvivenza, di fronte a inaccettabili privazioni”. Negoziati o meno, gli Usa preparano il loro ritorno a Cuba – in termini economici e geopolitici – senza contrappesi reali dall’altra parte. Semmai la resistenza di un popolo la cui unica colpa è quella di saper sopravvivere a embarghi e calamità.