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Rogoredo, Cinturrino si scusa e nega lo spaccio: “Ho perso la testa quando ho capito che Mansouri stava morendo”

L'assistente capo - fermato per la morte di Abderrahim Mansouri - è stato interrogato dal gip a San Vittore. Il legale: "Ha ammesso le sue responsabilità"
Rogoredo, Cinturrino si scusa e nega lo spaccio: “Ho perso la testa quando ho capito che Mansouri stava morendo”
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Ha ammesso una parte delle sue colpe sulla messinscena della pistola finta, ma ha negato lo spaccio e ha ribadito di aver aperto il fuoco per paura. Poi: “Quando ho visto che stava morendo, ho perso la testa”. Così l’assistente capo Carmelo Cinturrino, fermato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri, ha cercato di giustificarsi durante l’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari Domenico Santoro nel carcere di San Vittore, dove è rinchiuso in attesa che della decisione sulla richiesta di convalida del suo fermo.

Come ha riferito il suo difensore, l’avvocato Piero Porciani, il poliziotto ha “ammesso le sue responsabilità” e ha chiesto “scusa” a “quelli che si sono fidati di lui”. In sostanza: “Ha confessato i suoi errori ma ha negato di aver chiesto il pizzo agli spacciatori”. Cinturrino ha risposto a tutte le domande del gip e del procuratore Marcello Viola. Ha ripetuto di aver esploso il colpo, che ha centrato alla tempia Mansouri mentre fuggiva, per “paura” e dopo ha aggiunto di essersi sentito “perso” perché “sa bene – ha precisato il legale al termine dell’interrogatorio – cosa accade a loro quando sparano”. Da qui, la decisione di far recuperare la valigetta nel commissariato di Mecenate con la pistola finta, poi messa accanto al corpo di Mansouri: “Ha tentato di mettere una toppa. Un’arma giocattolo che non doveva essere tracciata – ha sottolineato il difensore – e che ha trovato ancora prima del Covid in zona Lambro e ha tenuto”.

Cinturrino avrebbe affermato che tutti gli agenti, eccetto la donna, che il 26 gennaio si trovavano in via Impastato, lo “hanno visto prendere qualcosa dalla macchina e mettere un oggetto vicino al corpo di Mansouri”, che però “dice di non aver toccato – ha continuato l’avvocato – come dice di aver chiamato i soccorsi subito”. Secondo alcuni colleghi, invece, ha rigirato il corpo che era riverso faccia a terra e avrebbe atteso 23 minuti per allertare il 118. A chi ha chiesto se è vero che girava con un martello, Porciani ha replicato: “Era un martelletto che usava per dissotterrare la droga che i pusher nascondono” nel boschetto di Rogoredo. “Qualche volta aveva anche una paletta”, ha precisato. Il giudice deciderà in giornata sulla richiesta di convalida del fermo e sulla misura del carcere per l’assistente capo accusato di omicidio volontario.

In giornata la sua compagna, la cui casa è stata perquisita lunedì, ha parlato per la prima volta: “Quando l’indagine indicherà la verità vedremo. Se ha sbagliato pagherà quello che deve”. La donna, custode in un palazzo al quartiere Corvetto, ha detto di essere “amareggiata” per le perquisizioni ma che gli investigatori “dovevano fare il loro lavoro”. La donna ha spiegato di essere “la custode da 20 anni e posso dire certamente che sono tutti racconti di pura fantasia”, riguardo alle richieste di pizzo nei confronti dei pusher. “Nessuno dei due ha mai ricevuto nulla e davanti a noi non è mai avvenuto nulla – ha ribadito – Abitando lì ho visto alcune situazioni che prontamente sono state segnalate”.

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