Le metamorfosi di Meloni: quando il potere svela le contraddizioni del sovranismo
di Serena Poli
In principio era la lotta agli “infami”. Poteri forti, traditori, sistema. Erano i tempi dei comizi incendiari, urlati con le vene a fior di pelle. Poi è arrivato il 2022 e la realtà ha bussato a Palazzo Chigi, scatenando nella nostra incendiaria una serie di epifanie a catena.
Ha scoperto, ad esempio, che i decreti legge d’urgenza e il voto di fiducia sono strumenti meravigliosi per decidere senza l’impiccio del Parlamento (ma Conte coi Dpcm in epoca Covid era un criminale). Ha capito che le accise e le tasse, un tempo ‘pizzo di Stato’, servono a pagare gli stipendi, compreso il suo. Ha rivalutato i poteri forti: quelli emersi dai file dell’archivio Epstein, con Bannon & C. impegnati a scardinare l’Europa, non si toccano. Perfino i pilastri della sua identità si sono sgretolati davanti alla convenienza: l’essere madre si è fermato ai confini geopolitici, permettendole di tacere sui bambini di Gaza, mentre l’essere cristiana pare non contare davanti ai bombardamenti degli asili, degli ospedali e degli edifici cristiani in Palestina.
Ma la scoperta più amara dev’essere stata la fallacia del sovranismo. Il termine suona bene: evoca indipendenza, petto in fuori, testa alta e tricolore al vento. In ‘Sovranistan’ siamo forti, bastiamo a noi stessi e possiamo permetterci di essere autoreferenziali; nel mondo reale invece, se Trump arriva gridando “America first”, ti devi piegare e dire che i dazi sono un’opportunità.
Siamo di fronte a un esperimento unico: la sovrapposizione quantistica di due Meloni diverse. All’estero sfila la statista pacata e gioviale che sorride ai giganti. Appena ritorna nel patrio suolo, cambia maschera e riprende l’esercizio del potere: delegittimazione del dissenso, manganellate agli studenti, disprezzo e risposte piccate per la stampa non sono segni di forza, ma lo specchio della sua impotenza fuori dai confini.
Come si regge il castello? Con la sindrome da accerchiamento, che le permette, nonostante la sempre maggior somiglianza con Draghi, di continuare a mostrarsi ai suoi come se fosse ancora in trincea insieme a loro: uno stato di perenne allerta contro il nemico.
In questa costante “mobilitazione contro”, oggi il nemico è la Magistratura. Il potere legislativo è già esautorato: 108 voti di fiducia da inizio legislatura parlano da soli. Ora è il turno dell’altro incomodo, perché se vivi la politica come esercizio di volontà assoluta, un potere indipendente che applica le leggi e non i desiderata del governo è un’anomalia da correggere.
Licio Gelli diceva “la magistratura deve essere un ordine, non un potere: il potere è del governo”. Oggi il venerabile arrossirebbe di fronte a cotanta riforma: il suo piano realizzato sotto le mentite spoglie di una giustizia migliore. La realtà è molto più semplice: nella degenerata idea di democrazia che i nostri condividono coi neri antenati, chi comanda non rende conto a nessuno.