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L’Intelligenza artificiale ora fa paura: a Wall Street e Mumbai crollano le azioni del software

Due analisi di Andrea Pignataro e di Citrini ipotizzano che l'intelligenza artificiale possa sconvolgere l'occupazione e l'economia mondiale, scatta la fuga dai titoli dei colossi digitali
L’Intelligenza artificiale ora fa paura: a Wall Street e Mumbai crollano le azioni del software
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Il primo romanzo di Kurt Vonnegut, Piano meccanico, immagina un pianeta nel quale le macchine hanno tolto il lavoro alla stragrande maggioranza dell’umanità, finita a vivere in miseria estrema mentre una ridottissima classe di ingegneri accumula potere e ricchezza. Ne segue la rivolta sociale. Quell’immagine in questi giorni è stata ripresa da due differenti studi sul possibile impatto della diffusione dell’intelligenza artificiale sull’economia mondiale. Il primo studio, datato 15 febbraio, è opera di Andrea Pignataro di Ion, che con un patrimonio personale di 42,8 miliardi di dollari è appena diventato l’uomo più ricco d’Italia. L’analisi s’intitola “L’Apocalisse sbagliata” e parte dalla velocità con cui una notizia su una nuova applicazione Ai ha fatto perdere in pochi giorni oltre 2mila miliardi di dollari di valore di Borsa al settore del software. Lunedì 23 febbraio è arrivato poi un rapporto di Citrini Research, una poco nota società di servizi finanziari di New York, che ha delineato lo stesso scenario al quale era giunto Pignataro: già nel 2028 il predominio dell’intelligenza artificiale potrebbe causare il declino dell’economia dei consumi, con conseguenze disastrose per l’occupazione. L’analisi ha dato un nuovo colpo alla fiducia delle aziende che potrebbero essere sostituite dal rapido espandersi dell’Ai. La risposta politica è sempre in ritardo rispetto alla realtà economica, ma la mancanza di un piano globale sulla Ai rischia ora di accelerare una spirale deflazionistica, afferma il rapporto di Citrini. Intanto le borse vanno in sofferenza anche per effetto di queste profezie.

L’osservazione da cui parte l’analisi di Pignataro è che mentre la rivoluzione della Ai si muove a velocità digitale, mimando il linguaggio delle aziende che la usano sino a diventare “migliore” e più produttiva di loro, finendo per fagocitarle e sostituirle, l’economia segue invece una velocità industriale. Tra le due velocità c’è una differenza di diversi ordini di grandezza. L’economia reale, teme Pignataro, rischia di non avere il tempo per adattarsi alla rivoluzione della Ai. Il rischio quindi è che la Ai spazzi via settore dopo settore, prendendone il posto, in tutti i campi economici che la utilizzano, ogni professione intellettuale, dalla produzione di software alle materie tecniche a quelle umanistiche. Ma le ricadute saranno ben più vaste perché il crollo di questi settori potrebbe privare di ricavi le loro attività ancillari (servizi, trasporti, immobiliare eccetera) e la riduzione del reddito di decine di milioni di professionisti e colletti bianchi finirebbe per svuotare di valore intere industrie e aree geografiche, a partire dalle città basate sulla finanza.

Il problema, sottolinea Pignataro, è che cercare di fermare la Ai o non adottarla significa per molte aziende essere costrette a uscire dal mercato. Ma più aziende basate sul sapere adottano la Ai, più questa impara sino a poterle di fatto sostituire. Cosa che inizia ad avvenire: come ha rilevato il Financial Times, negli Usa l’aumento di produttività legato alla AI sta portando a un taglio delle assunzioni di nuovi lavoratori. Secondo il finanziere i mercati però non dovrebbero farsi prendere dal panico, ma piuttosto preoccuparsi di cosa accadrà quando le istituzioni scopriranno di aver insegnato all’intelligenza artificiale “a giocare senza di loro”. Pignataro dice che il futuro può anche non finire come nel romanzo di Vonnegut, ma che questo rischio comunque esiste.

Il rapporto di Citrini invece ipotizza uno scenario al 2028 in cui negli Usa la disoccupazione salirà al 10,2%, innescata dai licenziamenti causati dall’adozione dell’Ai che sbaraglierà rapidamente le società che producono software e le applicazioni di consegna della Gig economy. Questa ipotetica recessione, aggravata dai default sui mutui dei lavoratori rimasti senza salari e dai default sui prestiti del private equity, potrebbe provocare un’onda d’urto nei sistemi finanziari, facendo crollare le azioni statunitensi, bloccando i mercati del credito e l’economia in generale. “Le capacità dell’intelligenza artificiale sono migliorate, le aziende hanno avuto bisogno di meno lavoratori, i licenziamenti dei colletti bianchi sono aumentati… si tratta di un circolo vizioso negativo senza un freno naturale”, ha scritto Alap Shah, autore del rapporto Citrini. Simili preoccupazioni di ampio respiro questo mese sono circolate tra gli investitori anche su alcuni blog tra i quali quello di Matt Shumer, Ceo e co-fondatore dell’azienda di intelligenza artificiale Otherside Ai. La portata del potere dirompente dell’intelligenza artificiale che per Shumer potrebbe essere “molto più grande” della crisi del Covid del 2020.

Lo studio di Citrini, spiega Reuters, tocca una corda sensibile nei mercati, preoccupati dal potenziale impatto negativo dell’intelligenza artificiale. Gli investitori hanno venduto le azioni delle aziende di software e di quelle dei settori vulnerabili all’automazione. “L’intelligenza artificiale è reale… la divergenza è reale e la svendita (delle azioni delle imprese di software) è comprensibile, poiché l’intelligenza artificiale le costringerà a portare a zero la codifica del software”, ha affermato Christopher Forbes, responsabile per l’Asia e il Medio Oriente di Cmc Markets. “Chi è nella catena di fornitura ne trarrà vantaggio: chip, data center, energia permanente”.

Nei giorni scorsi, dopo la diffusione della notizia che alcuni prodotti Ai sono già in grado di produrre software, migliorarlo da sé e gestire i flussi di molte aziende alle quali invece i programmi informatici sono venduti dalle aziende del settore Software as a Service (SaaS), le società quotate a Wall Street hanno perso 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa. L’indice azionario statunitense del software è così sceso del 24% da inizio anno e di oltre il 30% dai massimi di ottobre scorso. Sebbene i mercati azionari globali rimangano vicini ai massimi storici, queste vendite segnalano una massiccia rotazione di molte aziende esposte all’intelligenza artificiale verso titoli difensivi o verso zone redditizie della catena di fornitura. Per converso, le azioni dei giganti asiatici che producono i chip utilizzati dai datacenter di Ai sono saliti alle stelle. Da ottobre il titolo Tsmc è cresciuto del 30%, quello di Samsung Electronics è addirittura raddoppiato. Domani è attesa la trimestrale di Nvidia che potrebbe determinare una nuova spinta al trend rialzista del settore.

Dopo l’analisi di Citrini l’impatto sui titoli quotati è stato immediato. Ieri a Wall Street il report della casa Usa, insieme al lancio di un nuovo prodotto da parte di Anthropic, hanno messo di nuovo a soqquadro i settori considerati perdenti nella corsa all’applicazione dell’intelligenza artificiale. L’indice S&P500 ha perso l’1,1% e il peggior settore è stato quello della finanza, -3,3%. Le principali banche degli Stati Uniti hanno lasciato sul terreno tra il 4% e il 5%. Stamane il contraccolpo si è spostato sui titoli dei servizi software indiani i quali, in linea con la svendita del settore tecnologico statunitense, sono crollati trascinando al ribasso del 4,7% l’indice settoriale Nse Nifty IT della Borsa di Mumbai, che ha toccato i minimi da agosto 2023. Le azioni di Tata Consultancy Services, Infosys e Wipro sono scese di circa il 3-4% ciascuna. Le aziende indiane di servizi IT sono emerse come il volto del “mercato della paura dell’IA” in Asia, nonostante le aziende della regione si siano rafforzate grazie all’ottimismo riguardo all’espansione dell’hardware. L’indicatore del settore è crollato del 21% a febbraio, avviandosi verso il suo peggior mese dal 2003 e cancellando capitalizzazione per oltre 54 miliardi di dollari.

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