La Corte dei conti: “Nel 2025 recuperati 88,1 milioni. Dopo la riforma voluta dal governo i numeri saranno molto più bassi”
Il presidente della Corte dei conti Guido Carlino lancia l’allarme nel giorno più solenne per la magistratura contabile, l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Nel 2025, mentre il governo Meloni varava la riforma della Corte, che tra il resto espande in maniera abnorme l’ambito del controllo preventivo degli atti e fornisce agli amministratori uno “scudo” di fatto per quel che accade dopo mettendo un tetto al danno contestabile, sono aumentati i casi di distrazione dolosa di fondi pubblici, compresi quelli legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Si tratta, nello specifico, dello sviamento, da parte di privati, dalle finalità per le quali erano stati erogati i finanziamenti, configurando spesso profili di corruzione e incidendo anche sugli obblighi dell’Italia nei confronti dell’Unione europea”, ha spiegato.
Il riferimento agli obblighi verso Bruxelles è pesante: l’Italia è il principale beneficiario del programma Next Generation EU e se emergono abusi o non ci sono prove adeguate sulla destinazione dei fonti l’Ue può bloccare o ridurre i pagamenti. Solo un esempio di come sprechi e malaffare siano “un danno non solo per la Repubblica, ma anche per ogni cittadino che ha il diritto di vedere gestite con onestà e trasparenza le risorse destinate alla collettività”, è stato l’affondo di Carlino. Che nella sua relazione ha citato i padri costituenti a partire da Luigi Einaudi, convinto della necessità di una previsione costituzionale che assicurasse l’indipendenza della Corte “dal potere esecutivo”. Parole in cui, ha sottolineato, “non può non trovarsi linfa per dissentire” da chi, evocando una presunta “paura della firma”, descrive l’operato dei giudici “come un ostacolo all’agire della P.A”: posizioni che “palesano un atteggiamento di sostanziale indifferenza, se non di contrarietà, verso gli strumenti di tutela delle risorse pubbliche, la cui custodia e sana gestione assicurano allo Stato i mezzi indispensabili per svolgere le proprie funzioni e i propri servizi, per soddisfare i diritti dei cittadini e per rendere più prospera e forte la Repubblica”.
Ma cosa dicono i numeri? Nel 2025 le Procure regionali della Corte hanno ricevuto 48.505 denunce di danno erariale, un migliaio in più rispetto all’anno prima: “Evidente dimostrazione che le Procure regionali sono percepite dai cittadini, e dalle stesse pubbliche amministrazioni, come imprescindibile baluardo alle ruberie, agli sprechi, alle inefficienze che causano il depauperamento delle risorse pubbliche con le conseguenti negative ricadute sulla collettività”, ha chiosato il procuratore generale della Corte Pio Silvestri. Per oltre 20mila è scattata l’archiviazione immediata, prova del fatto che – contrariamente, si legge tra le righe, agli alibi della politica sulla paura della firma che attanaglierebbe gli amministratori – “il sistema delineato dal codice di giustizia contabile funziona bene” e “evita pregiudiziali valutazioni negative sull’operato di amministratori e funzionari pubblici”. Le somme recuperate all’erario sono ammontate a 88,1 milioni, di cui 75,6 da sentenze di condanna, 3,1 da recuperi legati all’applicazione di riti speciali e 9,3 recuperati prima ancora della citazione a giudizio. Nel quinquennio 2021-2025 il totale rientrato nelle casse pubbliche sale a 642 milioni.
Particolarmente preoccupante l’aumento delle fattispecie legate all’uso illecito di fondi pubblici nazionali ed europei. Tra i casi di cui si sono occupate le procure regionali, si legge nella Relazione sull’attività svolta nel 2025, ci sono la percezione di voucher pubblici per l’innovazione tecnologica per poi utilizzare il denaro “per finalità estranee ai progetti finanziati o per l’acquisto di beni e servizi ordinari di gestione aziendale”, l’indebita percezione del bonus cultura e di contributi legati sulla carta all’adozione di pratiche agricole biologiche, lo sviamento degli incentivi destinati a mettere in piedi imprese femminili, la “simulazione del completamento” di impianti fotovoltaici mai finiti per ottenere incentivi. Per quanto riguarda i fondi Pnrr, gli esempi vanno dall’impiego degli anticipi per finalità diverse dai progetti finanziati alla distrazione vera e propria di risorse destinate a digitalizzazione dei processi produttivi e miglioramento della competitività delle imprese.
Dalla relazione della Procura generale emerge poi che le Sezioni giurisdizionali regionali della Corte hanno emesso condanne al risarcimento del danno erariale, nel settore dei fondi pubblici nazionali, cofinanziati ed euro-unitari, per 45,3 milioni con un totale di 226 sentenze. Gli episodi più frequenti? False dichiarazioni sull’effettivo uso dei fondi, mancata realizzazione delle attività finanziate, documentazione non veritiera sulle attività svolte, mancanza delle condizioni soggettive per l’accesso al finanziamento.
Carlino chiosa che l’istituto della responsabilità amministrativa resta “un formidabile strumento di tutela dell’interesse della collettività”, perché serve a contrastare “la deviazione di risorse da destinare all’erogazione di servizi pubblici efficienti”. Ma, come è noto, la riforma del governo Meloni ha introdotto un tetto generalizzato (30%) ai risarcimenti per colpa grave. Durante il dibattito parlamentare, la Corte aveva sottolineato i rischi di quel limite, troppo basso per garantire la necessaria deterrenza e passibile di ridurre in maniera considerevole gli importi dei risarcimenti effettivamente recuperati alle casse dello Stato. Il procuratore generale è ancora più esplicito: “È di tutta evidenza che il prossimo anno i numeri che ho sopra indicato saranno di gran lunga più contenuti”. Segue l’auspicio di un – al momento improbabile – “ripensamento del legislatore per tornare a ribadire l’assunto costituzionale, contenuto nella sentenza n. 371/1998, secondo cui l’istituto della responsabilità amministrativa per colpa grave deve segnare il “punto di equilibrio tale da rendere, per dipendenti ed amministratori pubblici, la prospettiva della responsabilità ragione di stimolo e non di disincentivo”. Tradotto: se il tetto è troppo basso, l’effetto può essere l’opposto. Rendere conveniente prendersi il rischio di causare un danno, visto che alla peggio si dovrà restituire meno di un terzo di quanto sottratto alle casse pubbliche.