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Quattro anni di guerra in Ucraina, Europa sfaldata ed esclusa dai tavoli internazionali: è lei l’altra vittima del conflitto

L'azione militare di Mosca, che voleva sgretolare la Nato, è finita invece per portare in primo piano le fragilità che questa Ue non è oggi più in grado di nascondere a sé e ai suoi 450milioni di cittadini
Quattro anni di guerra in Ucraina, Europa sfaldata ed esclusa dai tavoli internazionali: è lei l’altra vittima del conflitto
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L’esercito ucraino è allo stremo delle forze, nonostante qualche sporadico segno di vita, mentre la Russia ha pagato carissima l’invasione del 24 febbraio 2022, con l’economia che ormai da tempo subisce inevitabili contraccolpi e un numero di uomini morti al fronte, secondo le stime, vicino agli 1,2 milioni. Ma quattro anni di conflitto nel Paese di Volodymyr Zelensky hanno fatto anche un’altra vittima. Non indossa scarponi inzuppati del fango delle trincee, non ha versato sangue, non ha arti amputati o fori di proiettile sul corpo. È una vittima ‘politica’: è l’Unione europea che ha bocciato il suo esame di maturità condannando se stessa all’irrilevanza internazionale.

Non sono certo stati i piani d’invasione di Vladimir Putin ad aver generato i problemi intrinsechi del modello europeo: il diritto di veto che garantisce una ingovernabilità de facto del blocco dei 27, un’espansione a Est frettolosa, la prevalenza degli interessi nazionali rispetto a quelli comunitari sono presenti da molto prima che i carri armati russi varcassero i propri confini. L’azione militare di Mosca, che voleva sgretolare la Nato, è finita invece per portare in primo piano le fragilità che questa Ue non è oggi più in grado di nascondere a sé e ai suoi 450milioni di cittadini.

Esame di maturità, si diceva. Sì, perché allo scoppio della guerra, una guerra combattuta appena fuori dai suoi confini, l’Unione aveva diverse opzioni di scelta per ritagliarsi un ruolo da protagonista e, soprattutto, autonomo. Poteva posizionarsi a metà strada tra Washington e Mosca provando ad assumere un ruolo da mediatore, ad esempio. Ci ha provato il presidente francese, Emmanuel Macron, ma la sua azione, prontamente respinta da Putin che non gli ha riconosciuto un ruolo da frontman europeo, si è presto rivelata un’iniziativa dell’Eliseo per mettersi alla testa di un fantomatico gruppo di Paesi Ue (lo farà qualche anno dopo inventandosi, insieme al britannico Keir Starmer, l’eterogeneo gruppo dei cosiddetti Volenterosi) e non partorita nei palazzi di Bruxelles. “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?” è l’efficace riassunto del messaggio più volte lanciato da Putin per giustificare l’inesistenza di un minimo dialogo con l’Ue.

Di fronte alla spregiudicatezza dell’azione americana guidata da Joe Biden e del governo britannico di Boris Johnson, però, Bruxelles avrebbe potuto fare di più. Ad esempio, poteva battersi per tenere in piedi i colloqui di pace iniziati a Istanbul poche settimane dopo l’invasione, quando il presidente russo aveva ormai capito che i suoi piani per una guerra-lampo erano falliti. Poteva, come detto, mettere le proprie istituzioni al servizio del dialogo tra le parti, preservando la propria postura atlantista ma mantenendo aperti i canali, fino ad allora solidi, con Mosca. Ha invece scelto la strada più semplice: accodarsi in maniera acritica alla strategia americana. La prova più chiara sono state le elezioni europee del giugno 2024, al termine delle quali la riconfermata Ursula von der Leyen ha formato la squadra di commissari per il secondo mandato affidando la diplomazia di un intero continente, che da oltre due anni viveva una situazione di conflitto alle porte, all’ex primo ministro di uno tra i Paesi contrari al dialogo con la Russia: Kaja Kallas. È stata proprio lei, discendente di deportati nei gulag sovietici, a ripetere più volte la frase “Incontrare Putin? Conosce solo il linguaggio della forza“.

Con questa mossa l’Europa ha garantito il proprio fallimento. Non solo perché gli interessi europei e americani, per motivi geografici, politici ed economici, non sono coincidenti, ma anche perché, appena sei mesi dopo il voto europeo, alle urne sono andati gli americani. E la vittoria di Donald Trump, tutt’altro che imprevedibile anche quando von der Leyen ha presentato la sua nuova squadra di commissari, ha ribaltato completamente la situazione. Così, Bruxelles si è trovata ad aver offerto i propri servigi a un attore spregiudicato come l’attuale presidente americano che agisce a livello internazionale secondo il principio della propria convenienza e non secondo quello delle alleanze. Per lui, il miglior alleato è quello che ha più da offrirgli. E un’Europa debole politicamente ed economicamente rappresenta più un fardello che un partner.

Al voto americano l’Ue è arrivata dopo tre anni passati a imporre sanzioni alla Russia, non senza difficoltà. Anche su questo, la presenza di Paesi non allineati ha fatto sì che il gruppo contrario a un distacco da Mosca si sia allargato, partendo dall’Ungheria di Viktor Orban, passando per la Slovacchia di Robert Fico, fino ad arrivare alla Repubblica Ceca di Andrej Babis. Il risultato è stato che la nuova cortina di ferro economica eretta dall’Europa ha indebolito diversi settori che con Mosca facevano affari, ha fatto schizzare il prezzo dell’energia, con lo stop alle risorse energetiche della Federazione, e ha costretto i 27 Stati membri a una corsa agli approvvigionamenti che ha avuto risultati soddisfacenti solo in parte. È vero che si è riusciti a superare la dipendenza dalle materie prime russe differenziando i fornitori, ma con l’avvento di Trump è aumentato il rischio di una nuova dipendenza, questa volta dagli Stati Uniti, più rischiosa e più costosa, soprattutto dopo la nuova stagione dei dazi che il tycoon ha inaugurato contro tutti i Paesi del mondo con i quali gli Stati Uniti hanno un saldo commerciale troppo negativo. Alleati inclusi.

Da questo conflitto, l’Europa fino a oggi è tornata a casa solo con investimenti monstre nel settore della Difesa e l’impegno di facilitare l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, nonostante il Paese sia ben lontano dal rispetto degli standard necessari a diventare uno Stato membro, come testimoniano anche le recenti inchieste sulla corruzione, esponendo l’Ue al rischio di accogliere un altro membro distante dai propri principi fondativi. Iniziative, anche queste, che dovranno comunque superare le resistenze di una parte dei 27, a ulteriore testimonianza della sfaldatura interna all’Unione. Sfaldatura sulla quale ha scommesso anche quello che è sempre più difficile considerare un alleato: Donald Trump. Nella versione classificata della National Security Strategy il piano viene esplicitato chiaramente: si devono usare alcuni dei Paesi europei per riportare il continente su posizioni nazionaliste e conservatrici, lontane dagli attuali principi che governano l’Ue. Quali sono? L’Austria, l’Ungheria, la Polonia e soprattutto l’Italia.

X: @GianniRosini

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