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La vicenda del piccolo Domenico non deve diventare nuovo motivo di confronto tra Nord e Sud

Come per un irresistibile riflesso pavloviano che accompagna l’Italia da sempre, la questione ha subito cominciato a spostarsi sulla solita presunta inadeguatezza del Sud
La vicenda del piccolo Domenico non deve diventare nuovo motivo di confronto tra Nord e Sud
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Facciamo fatica a parlare lucidamente di quanto accaduto al piccolo Domenico, perché vedere la faccina sorridente di un bimbo di due anni, che nella vita non ci ha ancora nemmeno appoggiato tutto il piede, e dover accettare l’idea che se ne sia andato a causa di un errore o di una catena di errori umani, è molto complesso da metabolizzare.

Ma, mentre siamo qui in attesa di conoscere le reali responsabilità che hanno causato la sua morte, mentre esigiamo di conoscere tutti i punti deboli della catena trapiantologica che avrebbe dovuto garantirgli il corretto impianto di un piccolo cuore nuovo, c’è una cosa che non dobbiamo fare a nessun costo e di cui purtroppo già si respira il rischio: la divisione geografica, l’ennesimo round di Nord contro Sud.

Sappiamo che il destino di Domenico era in carico all’ospedale Monaldi di Napoli, dove il bimbo era in cura fin da quando aveva quattro mesi. Sappiamo che proprio lì si stanno concentrando le indagini per capire se ci sia stato un errore di valutazione clinica, se il cuore di Domenico sia stato espiantato troppo presto, prima di verificare l’idoneitá del cuore nuovo, se ci siano state delle omissioni (pare che manchi il diario di perfusione, ovvero il tracciato della circolazione extracorporea che dimostrerebbe il momento esatto in cui è stato rimosso il cuore), se il contenitore per il trasporto dell’organo fosse adeguato. All’ospedale San Maurizio di Bolzano (dove al momento non ci sono indagati), nel quale è avvenuto l’espianto del cuore donato, invece, si sta verificando l’operato del personale coinvolto nel prelievo e nella conservazione dell’organo (qualcuno ha messo del ghiaccio secco nel contenitore di plastica, danneggiando il cuore).

Inevitabilmente è partito un quasi scontato rimpallo di responsabilità. Ma è il Monaldi, in quanto ospedale che aveva in carico il paziente ricevente, come prevedono i protocolli, ad essere immediatamente finito sotto la lente d’ingrandimento. Solo che se dal punto di vista giudiziario questo modus operandi è doveroso, sono le ripercussioni nella discussione pubblica ad aver preso in breve una connotazione sbagliata.

Come per un irresistibile riflesso pavloviano che accompagna l’Italia da sempre, la questione ha subito cominciato a spostarsi sulla solita presunta inadeguatezza del Sud, contrapposta all’altrettanto presunta perenne efficienza del Nord. La sanità oltretutto è per eccellenza il campo di battaglia in cui viene inscenato questo conflitto. E un’occasione come questa, in cui l’intera vicenda si consuma sull’asse Napoli-Bolzano, è troppo ghiotta per non indulgere al solito tic.

Il fatto è che questa vicenda nasce proprio da una premessa contraria: la famiglia di Moritz, un bimbo di 4 anni annegato in una piscina comunale di Bolzano, sceglie con un coraggio ed enorme generosità di donare il cuore del suo piccolo a Domenico, un bimbo di due anni di Nola, in provincia di Napoli, che ne ha urgentemente bisogno. Queste due famiglie hanno tentato di rendere plasticamente possibile quel sogno che ci portiamo dentro da decenni: quello che il cuore dell’Italia possa battere all’unisono.

Ignorare questo enorme dono che hanno tentato di farci, il cui valore simbolico è realmente inestimabile, ricadendo subito nei più triti cliché che ci vedono da sempre deboli e divisi, è il più grande torto che possiamo fare al loro altruismo e al loro dolore.

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