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Ucciso dal poliziotto a Rogoredo, fermato l’agente Cinturrino. Che ammette: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri”

La versione dell'assistente capo di Polizia era stata già capovolta da testimoni, interrogatori, analisi delle telecamere e dei cellulari. È stato fermato nel parcheggio del commissariato. Il capo della Polizia: "È un delinquente"
Ucciso dal poliziotto a Rogoredo, fermato l’agente Cinturrino. Che ammette: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri”
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A quasi un mese di distanza, si sgretola il castello di carte messo in piedi da Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di Polizia accusato dell’omicidio volontario del pusher Abderrahim Mansouri ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, a Milano. L’agente è stato fermato lunedì mattina: i colleghi della Squadra Mobile, coordinati dal pubblico ministero Giovanni Tarzia e il procuratore capo Marcello Viola, lo hanno bloccato nel parcheggio del commissariato di Mecenate, dove stava per entrare in servizio. Durante un colloquio in carcere con il suo avvocato, Cinturrino ha ammesso le proprie responsabilità: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto”, ha spiegato. “Ho detto al mio collega di andare a pigliare lo zaino” al commissariato, “sapeva cosa c’era dentro”. Poi ha sostenuto di essersi accorto solo mentre sparava che “quello che aveva in mano la vittima era un sasso“.

Domani risponderà al gip. Molti gli indizi convergenti raccolti a suo carico, arrivati finanche dalle dichiarazioni dei colleghi che erano con lui sulle scena del crimine. E poi quelle impronte digitali mancanti sulla pistola che Mansouri gli avrebbe puntato contro, stando alla sua prima ricostruzione, inducendolo ad aprire il fuoco per difendersi.

“Pesantissimo rischio di inquinamento probatorio”

Cinturrino, sostiene la procura nel motivare il fermo con il pericolo di fuga, potrebbe scappare perché nella sua disponibilità sono stati trovati diversi “alloggi”. Nella richiesta al giudice per le indagini preliminari affinché convalidi il fermo si farebbe riferimento anche a un “pesantissimo” rischio di inquinamento probatorio, al pericolo di reiterazione di altri reati, e alle pericolosità sociale del 41enne di Messina che, secondo fonti inquirenti, sarebbe emersa in modo “inquietante” dalle indagini. Gli uomini della Squadra Mobile hanno anche perquisito diverse abitazioni, compresa la casa della compagna, la portinaia in un palazzo Aler in via Mompiani.

Mansouri “non impugnava alcuna arma”

La questura ha spiegato che il provvedimento si fonda sulle indagini della Mobile e della Scientifica, in particolare su deposizioni dei testimoni, interrogatori, analisi delle telecamere e dei cellulari, oltre a verifiche tecnico-scientifiche, che hanno permesso di ricostruire la dinamica dell’omicidio. “Determinante – si legge – è stato accertare che la vittima, nel momento in cui è stata attinta, non impugnava alcuna arma, che è stata portata e posta accanto al corpo in una fase successiva“. Non solo: secondo alcuni agenti presenti sul luogo della sparatoria, hanno spiegato gli investigatori, Cinturrino non avrebbe mai urlato “Alt, polizia” nei confronti di Mansouri, come aveva invece sostenuto a verbale. I magistrati stanno valutando quali misure di sicurezza predisporre, in caso di accoglimento della richiesta, a tutela dell’agente dopo che, negli ultimi giorni, sono emersi episodi di presunte richieste estorsive, minacce e lesioni che l’uomo avrebbe fatto a spacciatori e tossicodipendenti di Corvetto e di Rogoredo.

I racconti: “Ci metteva in fila…”

“Ci metteva in fila”, hanno raccontato alcuni dei testimoni parlando di schiaffi subiti e richieste di ‘pizzo’. Un contesto di racconti che rappresenterebbe un pericolo anche per l’incolumità del poliziotto durante l’eventuale custodia cautelare in cella in attesa di processo. Il fermo dell’agente del commissariato, affermano gli avvocati di Mansouri Debora Piazza e Marco Romagnoli, “è il giusto epilogo” della vicenda in “uno Stato di diritto dove la magistratura può indagare liberamente e senza alcun tipo di costrizione”. Piazza spiega di non credere che l’assistente capo della polizia “abbia fatto tutto da solo, ma che sia stato fortemente aiutato dai suoi colleghi e quindi è questo il momento giusto, se hanno un briciolo di coscienza, di dire tutta la verità, che cosa è accaduto quell’orribile giorno a Rogoredo”.

Gli altri colleghi indagati

Mansouri, 28 anni, marocchino, abituale spacciatore, era stato ucciso il 26 gennaio con un colpo di pistola sparato alla tempia destra dall’assistente capo del commissario Mecenate. Quattro colleghi che erano con lui sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Con la ricostruzione della Mobile sembra così crollata la versione che la vittima fosse armata e che il poliziotto abbia sparato “per paura” (la Beretta 92 col tappo rosso, secondo quanto ricostruito a ora, è stata posta accanto a Mansouri agonizzante). Gli investigatori della Squadra mobile stanno verificando le pesanti accuse che amici e conoscenti della vittima hanno rivolto in sede di indagine difensive all’assistente capo, descritto come un “taglieggiatore” dei pusher del boschetto di Rogoredo e protettore di altri, al Corvetto, dove il poliziotto abita.

Il possibile rifiuto di Mansouri a dare denaro e droga

Mansouri, hanno raccontato, a un certo punto aveva rifiutato di dare altro denaro e droga – qualcuno ha parlato di 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno – a Cinturrino e sarebbe nata una persecuzione da parte del poliziotto nei suoi confronti, tanto che il marocchino aveva raccontato di averne paura (il suo legale Debora Piazza gli aveva consigliato di acquistare una telecamera per riprendere i loro incontri ma Mansuori aveva prima acconsentito, poi aveva cambiato idea). Il capo della Squadra Mobile, Alfonso Iadevaia, ha confermato che in tal senso sono state raccolte delle testimonianze. Tra le varie verifiche durante l’indagine anche l’analisi del telefono del poliziotto e dei quattro colleghi che erano con lui utile a capire perché, dopo lo sparo, quel pomeriggio un agente fu mandato a prendere uno zaino in commissariato, dove si ritiene fosse stata posta la scacciacani ma anche per capire, con tabulati e chat, i reali rapporti tra Cinturrino, “Luca” per i pusher di Rogoredo, con gli spacciatori sia quelli del boschetto sia quelli del Corvetto che, invece sarebbero stati protetti.

I soccorsi chiamati solo 23 minuti dopo

L’assistente capo avrebbe chiamato il 112 solo 23 minuti dopo lo sparo, mentendo ai colleghi dicendo loro che l’aveva già fatto. Minuti preziosi che avrebbero forse potuto salvare la vita al 28enne. I soccorritori lo trovarono infatti ancora vivo e morì all’arrivo di una seconda ambulanza. “È stato lasciato morire come un cane”, aggiunge la legale della famiglia. Domenica era continuata la polemica politica, con il capogruppo del Pd in Regione Lombardia Pierfrancesco Majorino che domanda agli esponenti della Lega di “chiedere scusa per l’uso allucinante che hanno fatto di una vicenda tanto drammatica” perché “difendere le divise significa anche pretendere verità e responsabilità, senza propaganda e senza scorciatoie”.

Il capo della Polizia: “Cinturrino è un delinquente”

“A nessun poliziotto è consentito di operare al di fuori delle regole giuridiche e deontologiche. Lo Stato di diritto non è un principio giuridico astratto. Noi per primi siamo tenuti a dimostrarlo concretamente ogni giorno perché è un metodo di lavoro. Aggiungo che il rispetto della persona umana, dell’integrità fisica, della sua dignità, è un dovere assoluto, questo dovere va esercitato nei confronti di chiunque, anche garantito a colui che commette un reato”, ha detto il capo della Polizia, Vittorio Pisani, intervenendo per la prima volta sulla vicenda. “Penso che la trasparenza e l’alto senso di responsabilità dei colleghi investigatori della questura di Milano sono un esempio per tutti”. Quindi ha sentenziato, nonostante Cinturrino non fosse stato sospeso fino al momento del fermo: “Penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato l’arresto di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente – ha concluso – Penso che questa sia l’immagine sana del nostro modo di operare”.

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