Meloni e la sentenza sulla Sea Watch. Il governo vuole i giudici come leoni sotto il trono del sovrano? | Il commento
di Alberto Iannuzzi*
Nel copione ormai consolidato dello scontro tra politica e magistratura, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna ad agitare lo spettro della “giustizia politicizzata”. Stavolta il casus belli è la sentenza che ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire i danni causati dal fermo della nave “Sea Watch“. Si tratta di una delle tante, centinaia di decisioni, che vengono prese ogni giorno dai Tribunali d’Italia, che riconoscono il diritto al risarcimento in favore di chi subisce un danno derivante da un comportamento illegittimo. Secondo Palazzo Chigi, però, si tratta di una decisione assurda, surreale e soprattutto “politicizzata“, mossa dall’intento di ostacolare la politica governativa volta a contrastare l’immigrazione illegale. I giudici vengono accusati di non aver applicato il diritto, ma di aver agito sotto la spinta di un’ideologia antigovernativa, travestita da toga.
Il punto, però, è un altro. In uno Stato di diritto il giudice non è un alleato dell’opposizione, ma nemmeno del Governo di turno. È solo un organo istituzionale che applica la legge, anche quando ciò produce conseguenze sgradite al governo in carica. Pertanto, la vicenda “Sea Watch”, che chiama in causa l’operato dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, deve essere valutata come una delle tante questioni giuridiche che i magistrati decidono ogni giorno: se un atto amministrativo è illegittimo e provoca un danno, lo Stato ne risponde. Non è un’opinione, è un principio cardine dello Stato di diritto. In questo caso lo Stato non è un sovrano assoluto, ma è soggetto alla legge come qualsiasi cittadino.
Chi governa non può dimenticare che la Costituzione della Repubblica Italiana non distingue tra amici e nemici, tra italiani e stranieri, tra potenti ed ultimi. L’articolo 3 parla chiaro: tutti sono uguali davanti alla legge, anche i migranti a bordo di una nave umanitaria. Non si può applaudire i giudici solo quando, applicando la legge, adottano provvedimenti graditi alla maggioranza che governa in quel momento. Ed i diritti non sono premi di fedeltà nazionale, ma limiti al potere. Accusare i giudici di fare politica ogni volta che una decisione non piace è una scorciatoia retorica e pericolosa, perché significa insinuare che la legittimità della giurisdizione dipenda dall’allineamento con l’esecutivo.
Ma la separazione dei poteri esiste proprio per evitare questo cortocircuito: il governo governa, il Parlamento legifera, i giudici giudicano. Se un provvedimento è contrario alla legge, il giudice lo annulla o condanna l’amministrazione pubblica al risarcimento: è il meccanismo fisiologico della democrazia costituzionale, non un sabotaggio politico. Se poi una sentenza è sbagliata, ed è un evenienza frequente, esistono dei rimedi per correggere gli errori: appello, ricorso in Cassazione, impugnazioni nei gradi successivi. È così che funziona lo Stato di diritto. Si contesta nelle aule di giustizia, non nelle conferenze stampa.
Per carità, la critica delle decisioni prese dai giudici è del tutto legittima, ma la delegittimazione sistematica no. Trasformare ogni decisione sgradita in un complotto delle toghe significa erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. C’è poi un dato che sfugge nella polemica: il riconoscimento dei diritti non è un favore concesso dalla maggioranza del momento. È un vincolo giuridico che vale sempre, anche quando riguarda categorie impopolari. Oggi tocca ai migranti, domani potrebbe toccare a chiunque altro. Ma i diritti sono universali e governare non significa sottrarsi al controllo di legalità, ma accettarlo. La forza di un esecutivo non si misura nella capacità di zittire i giudici, bensì nel rispettarne le loro decisioni ed impugnarle nelle sedi opportune, se ritenute errate. Peraltro, la politica ha anche il potere di proporre o approvare nuove leggi, ma non può pretendere che la giurisdizione coincida con l’indirizzo politico. E se il giudice smette di applicare la legge, in un ordinamento democratico lo Stato diventa più debole ed i diritti diventano concessioni, rimesse alla volontà del sovrano.
* già presidente di Corte d’Appello Potenza