Hacker cinesi negli archivi del Viminale per localizzare i dissidenti di Pechino. “Rischi per loro e per gli agenti che li proteggono”
La certezza, sui dati rubati dei 5mila agenti Digos da parte di hacker cinesi, per ora è il movente: sapere dove si trovano i dissidenti di Pechino, ma anche chi sono gli addetti della pubblica sicurezza incaricati di proteggerli. “Gli attacchi erano finalizzati a tentare di localizzare i cittadini cinesi dissidenti presenti nel territorio italiano e ad identificare i poliziotti delle Digos impegnati nelle attività investigative nei confronti dei gruppi cinesi operanti in Italia”, scrive in una nota il Dipartimento di pubblica sicurezza del ministero degli Interni. Per fortuna, “non risultano essere stati esfiltrati dati attinenti a elementi sensibili su attività operative”. Ovvero, sarebbero al sicuro le informazioni contenute nel fascicolo delle indagini della procura di Prato, sulla criminalità di origine cinese. Tuttavia, Lirio Abbate su Repubblica conferma (senza smentita) come i dati degli agenti siano effettivamente nelle mani di delinquenti cyber. Che gli autori del colpo provengano dal paese del Dragone, lo sottoscrive anche il Viminale citando “attacchi informatici di matrice cinese“. Si tratterebbe di spionaggio, non di sabotaggio contro i sistemi informatici del ministero dell’Interno.
Localizzare i dissidenti: agenti e attivisti a rischio
Rubare i dati sull’identità degli agenti Digos servirebbe a “localizzare” dissidenti e attivisti cinesi in Italia, in fuga dal governo autoritario di Xi Jinping. Tracciare una mappa dei loro spostamenti, grazie alle informazioni esfiltrate dai database del Viminale. “Per localizzare i dissidenti non penso sia sufficiente conoscere l’identità degli agenti e i loro dati anagrafici, entrerebbero in gioco anche altri dati sensibili“, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, docente di sicurezza informatica all’università di Bologna. “Ad esempio la localizzazione degli agenti, gli orari dei loro turni”, prosegue l’esperto: “I rischi potrebbero correrli i dissidenti cinesi, che sono come i pentiti di mafia, e anche gli agenti che li proteggono”. Questi ultimi sarebbero stati avvisati dalle autorità di sicurezza, appena scoperto il furto dei dati, prima della riunione alla procura di Prato del 25 novembre.
Le indagini di Prato sulla criminalità cinese
Quel giorno, negli uffici dei magistrati toscani arriva una delegazione di Pechino guidata dall’assistente del ministro della Pubblica sicurezza, Zhongyi Liu. Lo scopo è concordare una strategia di collaborazione degli uffici giudiziari tra Italia e Pechino. In Toscana, soprattutto a Prato, la criminalità cinese è da tempo entrata nel mirino delle toghe. Fondamentale, dunque, la collaborazione delle autorità cinesi. La prima risposta ad una rogatoria italiana è giunta proprio a Prato il 5 maggio scorso. Repubblica rivela un dettaglio contenuto nel documento: dopo un tentato omicidio a Prato, funzionari dell’ambasciata cinese avrebbero condotto indagini parallele; secondo la vittima e il fratello, “quei funzionari avrebbero segnalato i mandanti alle autorità cinesi per impedirne il rientro in Italia”. È quanto hanno dichiarato in procura, secondo la testata. Alla procura di Prato sono giunte oltre cento denunce dei lavoratori cinesi in Italia, mentre alcuni iniziano a collaborare con gli inquirenti.