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“Era inglobato in un blocco di ghiaccio”, la cronaca di un disastro nella relazione inviata al ministero sul caso del cuore “bruciato”

Dalla scelta del contenitore all’uso di "ghiaccio secco in luogo di ghiaccio di acqua", fino alla cardiectomia avviata dopo un assenso solo "percepito": la ricostruzione degli atti ufficiali svela, la sequenza precisa di un "deficit comunicativo e procedurale"
“Era inglobato in un blocco di ghiaccio”, la cronaca di un disastro nella relazione inviata al ministero sul caso del cuore “bruciato”
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“All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio”. Bastano solo queste poche righe della relazione dei medici dell’ospedale Monaldi di Napoli, inviata dal ministero della Salute dalla Regione Campania, per capire quale è stata la catastrofe medica che si è dispiegata in quella sala operatoria sul cui lettino c’era il corpicino del bimbo di 2 anni e 4 mesi, ora in fin di vita. La relazione – riportata da Repubblica – è di fatto la cronaca di un disastro medico e comunicativo. Questo perché il primario di cardiochirurgia, Guido Oppido, all’apertura del box (come riportato dal fattoQuotidiano) aveva già rimosso il cuore malato del bambino, affetto da una cardiomiopatia dilatativa che però gli permetteva di avere una vita “quasi” normale. Nessuno gli avrebbe dato il via libera a procedere con l’espianto dell’organo del piccolo, ma avrebbe recepito l’assenso. Nelle 290 pagine, arrivate sul tavolo del presidente Roberto Fico, c’è la sequenza di quello che accaduto.

Una catena di errori

Secondo i responsabili del rischio clinico aziendale, il primo snodo critico riguarda “la scelta di un contenitore datato” per il trasporto dell’organo. Un elemento che colpisce, perché al Monaldi è disponibile dal 2023 un sistema più avanzato per la conservazione. “La sala operatoria per i trapianti — scrive l’azienda — ne ha in dotazione almeno due. A maggior tutela, in Farmacia c’è n’è sempre almeno un altro”. Il problema, però, emerge dagli audit: “…. l’équipe avrebbe dichiarato di non essere a conoscenza di tale disponibilità“. In un confronto successivo, la direttrice dell’ospedale, Anna Iervolino, chiede ai professionisti se davvero ignorassero la presenza di quei dispositivi. Non arriva alcuna risposta. Risulta inoltre che i medici erano stati invitati via mail a una formazione specifica, che non si è mai svolta. Va precisato che, secondo la ricostruzione, anche un contenitore meno moderno avrebbe potuto garantire una corretta conservazione, purché utilizzato adeguatamente. Ed è qui che si inserisce il secondo passaggio della vicenda. Eppure l’ospedale napoletano è considerato un’eccellenza con una sopravvivenza del 90% a un anno dall’intervento.

Il viaggio e il ghiaccio

La notte del 22 dicembre arriva la conferma che a Bolzano c’è la disponibilità di un cuore: la famiglia di un bimbo di 4 anni, vittima di un incidente in piscina il 15 dicembre, ha dato il consenso. La mattina del 23 dicembre, alle 4.30, due medici partono da Capodichino diretti verso il luogo del prelievo. Alle 8.15 raggiungono Bolzano in ambulanza.

La dottoressa Gabriella Farina ricostruisce le operazioni: espianto, collocazione dell’organo in tre sacchetti sterili, inserimento nel secchiello. A quel punto emerge una criticità: il ghiaccio portato da Napoli non basta. Scrive di aver chiesto “al personale di sala di integrare il ghiaccio mancante fino alla copertura completa del contenitore con il cuore espiantato”. Il collega Vincenzo Pagano aggiunge un dettaglio: “Uno dei membri di sala operatoria ha provveduto a versare nel contenitore, da un altro recipiente, cioè che sembrava del normale ghiaccio tritato mentre eravamo ancora bardati sterilmente”.

Quel “sembrava” si rivela decisivo. Secondo quanto chiarito dall’azienda, è stato utilizzato “ghiaccio secco in luogo di ghiaccio di acqua”. La differenza è drammaticamente sostanziale: il primo può raggiungere temperature estremamente basse, incompatibili con la conservazione di un cuore – o di qualsiasi altro organo – che dovrebbe mantenersi intorno ai 4 gradi. Da Bolzano, senza consapevolezza dell’errore, viene comunicato che l’organo è idoneo. A Napoli si procede con la preparazione del ricevente. L’equipe e l’organo viaggiano in ambulanza, elicottero e poi aereo da Verona verso Napoli. Tutto sembra filare liscio: tutto nei tempi, anche in considerazione del fatto che un cuore ha un’autonomia di quattro ore.

La decisione in sala operatoria

All’arrivo del contenitore in sala, la ricostruzione del primario segue un ordine preciso: “Alle 14.30 l’équipe dell’espianto – scrive Oppido – giungeva in sala con il contenitore termico. Veniva richiesta conferma della presenza dell’organo e della corretta esecuzione delle procedure di conservazione. Ottenuta conferma che tutto fosse conforme, si procedeva alla cardiectomia del cuore del ricevente. La consequenzialità è lineare: richiesta di verifica, conferma ricevuta, rimozione del cuore malato. “Tale fase richiedeva circa 15 minuti durante la quale avrebbe dovuto avvenire la cardioplegia al banco”. Tuttavia, in quel momento, l’organo donato non era ancora stato estratto dal contenitore. La consapevolezza arriva solo dopo: “Solo al completamento della cardiectomia si prendeva piena consapevolezza delle criticità in atto”. Il cuore è congelato, inglobato nel ghiaccio. Servono circa venti minuti per liberarlo dal blocco, altro tempo per separarlo dai sacchetti sterili.

Nonostante “il forte sospetto di un grave danno da congelamento dell’organo”, e “in assenza di alternative”, l’équipe decide “di procedere ugualmente e con la massima rapidità all’impianto”. Si tenta di riavviare il cuore, ma senza successo. Dopo tre ore si opta per l’Ecmo, a cui il piccolo è attaccata ormai da quasi due mesi. “Contestualmente veniva inoltrata la richiesta urgente per la disponibilità di un nuovo organo”.

Il “sì” mai pronunciato

Resta il punto più delicato: l’avvio della cardiectomia prima della verifica materiale dell’organo. Nell’audit si legge che il primario “dichiara di aver percepito, in risposta, un assenso (“sì”) da parte del personale presente”. Tuttavia, viene precisato che “nessuno degli operatori presenti in sala operatoria, cioè cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista, infermieri, ha dichiarato di aver fornito risposta affermativa esplicita”. La relazione conclude parlando di un “deficit comunicativo e procedurale”. Una formula sobria che riassume una concatenazione di eventi: un contenitore scelto o utilizzato in modo inadeguato, un’integrazione di ghiaccio rivelatasi diversa da quanto ritenuto, una conferma solo verbale, un “sì” percepito ma non rivendicato. La successione dei fatti, ricostruita attraverso i virgolettati ufficiali, mostra come ogni passaggio — logistico, tecnico, comunicativo — abbia inciso in modo determinante sull’esito finale. Non c’è nessuna speranza per il bimbo, tenuto in lista d’attesa per un nuovo cuore fino a ieri, quando il comitato di esperti da Padova, Bergamo, Torino e Roma, ha certificato che impossibile sottoporlo a un nuovo intervento.

Le “bugie”

In questa storia va aggiunto – non di minor importanza – l’assoluta mancanza di trasparenza dei medici coinvolti. Come riferito più volte dalla madre, al termine dell’intervento la dottoressa Farina avrebbe comunicato che il trapianto era “fallito” perché il cuore nuovo non funzionava. Nessun cenno al motivo, nessuna spiegazione su corsa era accaduto. L’11 gennaio, su consiglio dell’avvocato, aveva presentato una denuncia per lesioni colpose, ma solo il 6 febbraio grazie a un articolo del quotidiano Il Mattino Patrizia Mercolino ha saputo perché quell’organo non funzionava. Perché non le sono state date le comunicazioni che le spettavano? Anche su questo la procura di Napoli dovrà indagare. Certo è che anche il professor, Giuseppe Limongelli, primario del reparto che si occupa della preparazione e del post trapianto, non era stato informato: né prima, né dopo. La scoperta di quanto avvenuto lo ha portato a dimettersi il 29 dicembre, nei giorni scorsi è stato sentito come persona informata sui fatti. Testimone che alla catena di errori bisogna aggiungere anche una serie di omissioni e bugie.

L’ospedale San Maurizio – dopo una iniziale nota tramite l’azienda sanitaria – non ha più fornito informazioni. Alle 15 domande inviate dal FattoQuotidiano con cui si chiedeva conto di procedure, personale coinvolto e ghiaccio fornito, è stato risposto così: “L’Azienda sanitaria dell’Alto Adige sottolinea anzitutto come non vi sia al momento piena certezza su una iscrizione o meno nel registro degli indagati di proprio personale. Rimarca inoltre come sulla delicata vicenda siano in corso indagini della Autorità giudiziaria e, pertanto, non vengono al momento rilasciati ulteriori commenti o dichiarazioni in merito”.

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