Lo spettacolo dolceamaro dell’hockey a Milano: cosa resterà dopo le Olimpiadi?
All’Arena Santa Giulia l’aria sa di cemento e vernice, di plastica nuova e promesse. Dentro l’impianto la luce è bianca, quasi feroce al cospetto della muraglia di pubblico. Il ghiaccio brilla, le lame scavano solchi invisibili, i corpi si urtano, il pubblico trattiene il fiato. Poi canta, balla, urla. È uno spettacolo antico e insieme straniero, eppure familiare. L’hockey a Milano è stato un passatempo e un collante sociale, un rito di quartiere quando la città si riconosceva ancora nei suoi palazzi e palazzetti. Ora è tornato, per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, fino a domenica 22 febbraio, quando la finale maschile chiuderà i Giochi. Poi il silenzio. Di nuovo.
L’Arena è nuova, talmente nuova da sembrare ancora in attesa di se stessa. Ci sono pareti spoglie, corridoi che odorano di cantiere. Fino a poche settimane fa si parlava di ritardi, di allarmi, di lavori che non finivano mai. Adesso si moltiplicano le lodi: è bellissima, si dice. Lo è, se la si guarda da dentro. Fuori, però, non c’è quasi nulla. Attorno all’impianto il quartiere è un’idea più che una realtà. Da Rogoredo partono bus nuovissimi, lucidi, con i tifosi stretti trasportati verso l’impianto nel nulla. Al ritorno le code si allungano, le attese si fanno fredde. Ma le considerazioni sull’Arena contano fino a un certo punto. Santa Giulia diventerà una bella casa per concerti e grandi eventi musicali. Non per lo sport, non per l’hockey. L’hockey qui è ospite, non residente.
Ovvio, Santa Giulia è troppo grande per puck e pattini. Ma che questo sport non abbia una casa a Milano è un peccato, perché durante i match l’atmosfera è bellissima. C’è perfino l’ipotesi di Donald Trump pronto a volare in Italia per sostenere il Team Usa in una eventuale finale. Il mondo guarda questo rettangolo di ghiaccio e per qualche sera Milano sembra all’altezza di quello sguardo. Poi l’hockey sparirà di nuovo. Come un sogno notturno che al mattino evapora. Puff. Restano solo le immagini, i racconti.
Il ministro Matteo Salvini, fiutando consensi soprattutto a destra, ha già lasciato intendere che l’impianto provvisorio di Rho Fiera potrebbe restare in piedi. Una soluzione che suona come un rattoppo. Il piano originario parlava di rifare il PalaSharp, oggi un rudere che cade a pezzi. Sarebbe stata un’eredità concreta: trasformare una rovina in un nuovo centro per rilanciare l’hockey milanese. Quel progetto è diventato carta straccia. Milano non ha neppure un luogo stabile dove pattinare sul ghiaccio. È un dettaglio che pesa più di quanto sembri. Perché l’Olimpiade vive di continuità, di atleti che ispirano, di bambini che imparano.
Così resta una sensazione dolceamara. C’è quasi più rabbia che piacere nel sapere che uno spettacolo così intenso è destinato a svanire in fretta dalla principale città del Nord Italia. A New York, accanto all’Nba, al Madison Square Garden si gioca anche l’hockey. È parte dello show. Milano guarda il ghiaccio e vede riflesso il suo passato. Per qualche sera ancora il pubblico farà sentire il suo calore, con il cuore che batte al ritmo delle lame. Poi le luci si spegneranno. E il ghiaccio tornerà solo a riempire i bicchieri degli spritz.