Il cambiamento climatico è un fenomeno in atto: se l’Europa resta a guardare è per scelta politica
“In direzione ostinata e contraria” era il manifesto di Fabrizio De André: andare contro la corrente del conformismo nei confronti del potere. Oggi la direzione ostinata e contraria non è quella di chi è contro il potere, ma di chi lo esercita, negando una realtà fisica non più opinabile.
Il cambiamento climatico non è una previsione. È un fenomeno in atto, con ondate di calore record, alluvioni sempre più intense, mareggiate devastanti, siccità prolungate, incendi, crisi agricole, infrastrutture danneggiate, premi assicurativi in aumento. La scienza, attraverso i rapporti dell’Ipcc, è passata da formulazioni prudenti a una conclusione inequivocabile: il riscaldamento osservato è di origine antropica. Le proiezioni non sono più grafici: si materializzano.
Non manca il richiamo etico. Nell’enciclica Laudato Si’, Papa Francesco parla di “conversione ecologica”: un cambiamento del nostro modo di abitare il mondo. L’Unione Europea traduce quell’esigenza nella “transizione ecologica” del Green Deal: transitare da un’economia fondata sull’estrazione illimitata ad una che riconosca l’integrità degli ecosistemi come condizione del benessere sociale ed economico. Da qui il principio di salute unica: la salute umana e quella del pianeta coincidono.
Oggi quella traiettoria non è formalmente cancellata, ma è retrocessa nella gerarchia delle priorità. La Commissione Europea ha posto al centro dell’agenda il rafforzamento della difesa. Il piano inizialmente presentato come “ReArm Europe” è stato poi ribattezzato “Readiness 2030”, ma la sostanza resta: destinare risorse pubbliche ingenti al riarmo e al potenziamento dell’industria militare. Negli Stati Uniti, Donald Trump liquida la sostenibilità come un’ossessione ideologica; in Italia, anche il governo di Giorgia Meloni definisce “ideologica” la transizione ecologica e privilegia sicurezza e crescita.
Non si tratta di negare l’esistenza di tensioni geopolitiche tra Europa e Russia, ma di gerarchizzare i rischi. Il cambiamento climatico produce danni già oggi, cumulativi e in parte irreversibili su scala umana. L’invasione dell’Unione Europea è uno scenario da prevenire, non un evento in corso. E tuttavia l’eventualità domina il discorso pubblico più della realtà già osservabile, con un ribaltamento delle priorità.
Dieci anni fa si diceva che le rinnovabili non avrebbero inciso in modo significativo sul sistema energetico globale. Oggi una quota rilevante della produzione elettrica europea e mondiale proviene da fonti rinnovabili. La transizione non è un’utopia tecnica, è un processo misurabile. Nel frattempo, la competizione industriale sulla transizione è diventata globale. La Cina produce pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, e conquista posizioni dominanti nelle filiere strategiche. Le auto elettriche di marchi cinesi sono sempre più presenti sulle strade europee. Non per filantropia ecologica, ma per strategia industriale.
La sostenibilità è prima di tutto un affare. E la realtà si traduce in numeri di bilancio. Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, dichiara che lo Stato non dispone di risorse sufficienti per coprire i danni causati dagli eventi estremi e invita i cittadini ad assicurarsi: i costi stanno diventando strutturali. Se il rischio cresce, crescono i premi, e se diventa troppo alto per le assicurazioni, il peso ricade sulla collettività.
Quando si tratta di riarmo, le risorse vengono mobilitate con rapidità; quando si tratta di compensare danni climatici già in corso, si evocano vincoli e scarsità che, però, non sono leggi naturali. In passato, di fronte a emergenze considerate prioritarie, l’Europa ha sospeso regole, riscritto parametri, mutualizzato debiti. Le regole si cambiano quando si decide che una minaccia lo merita. Se non accade per il clima, non è per impossibilità tecnica, ma per scelta politica.
Così, mentre ai cittadini colpiti dagli eventi estremi si suggerisce di assicurarsi, si programmano investimenti pubblici massicci che andranno in larga parte a filiere industriali private del settore militare. La questione non è ideologica: è contabile, e riguarda l’allocazione delle risorse. Se la conversione ecologica viene evocata ma non perseguita, se la transizione viene rallentata mentre il riarmo viene accelerato, la direzione scelta non è neutrale e pare non tenga conto di ciò che sappiamo, ciò che subiamo e ciò che decidiamo di finanziare.
La lotta contro la realtà può essere rinviata nel breve termine. Nel lungo periodo, però, non saranno i fatti ad adattarsi alle nostre idee. Missili, droni, carri armati, sottomarini e navi da guerra sono deterrenti geopolitici, ma non fermano ondate di calore, siccità, alluvioni o mareggiate. Non arrestano la desertificazione, non raffreddano gli oceani, non ricostruiscono suoli erosi. Sono strumenti pensati per conflitti tra Stati, non per una crisi sistemica che attraversa confini e generazioni. Il cambiamento climatico amplifica instabilità economica, tensioni sociali e flussi migratori. Le migrazioni non si fermano con muri o con nuove forniture energetiche fossili: si governano affrontando anche le cause ambientali che le aggravano.
In questo senso, nessun piano industriale o energetico potrà compensare l’assenza di una strategia climatica coerente. Pareva lo avessimo capito. Lo avevamo persino scritto nei documenti ufficiali. Ma tra ciò che sappiamo e ciò che finanziamo si è aperta una distanza pericolosa. E non esistono maggioranze parlamentari che, in direzione ostinata e contraria rispetto alla realtà, riescano a batterla per alzata di mano.