Due giovani sviluppano Jmail, un sito che ricrea la casella postale di Epstein: tutto pare oscenamente normale
di Cibelle Dardi
Mentre da Washington i documenti uscivano a singhiozzo, due sviluppatori poco più che ventenni hanno trasformato oltre 300 gigabyte di file sul caso Epstein in Jmail, un archivio consultabile attraverso un clone dell’interfaccia di Gmail, che mostra la corrispondenza di Epstein come se l’utente fosse collegato direttamente al suo account di posta elettronica.
I file esistevano da mesi, ma nessuno riusciva a leggerli davvero. Troppo caos, molti pdf, nessuna struttura. Luke Igel e Riley Walz hanno dato a quei documenti la forma di una normale casella email. Ora basta cliccare, scorrere, digitare un nome.
Il paradosso è che due sviluppatori con poche risorse e strumenti comuni hanno reso facilmente fruibili a chiunque le informazioni su un caso di enorme interesse pubblico, mentre un intero Dipartimento di Giustizia, pur con mezzi ben più grandi, non è riuscito né a organizzarle né a renderle comprensibili al pubblico.
C’è inoltre un dettaglio che dovrebbe far saltare sulla sedia: analizzando i dati, il team di Jmail ha scoperto discrepanze inquietanti nel rilascio dei documenti ufficiali. L’ottavo volume dei file Epstein è stato diffuso in due versioni distinte: una pesantemente censurata e una con meno omissis, rilasciate in momenti diversi.
Walz ha recuperato le diverse versioni diffuse dal Dipartimento di Giustizia e le ha caricate su JDrive, l’area cloud collegata a Jmail, permettendo agli utenti di metterle a confronto e vedere dove le censure si fanno più pesanti e dove alcuni passaggi restano ancora leggibili. Senza l’iniziativa privata di due cittadini, nessuno avrebbe notato come la mano del censore si sia mossa in modo ondivago, coprendo nomi o dettagli in una versione per poi lasciarli visibili nell’altra. Errore procedurale o tentativo di insabbiamento? Una risposta non è arrivata, e difficilmente arriverà dal Congresso.
Navigare su Jmail (l’indirizzo simulato è jeevacation@gmail.com) restituisce un quadro che la cronaca giudiziaria faticava a dipingere. Non ci sono solo i capi d’imputazione che tutti conoscono. Emerge la fitta rete di favori, la logistica del potere. Si leggono scambi con Larry Summers, economista ed ex segretario al Tesoro nell’amministrazione Clinton, che chiedeva consigli sulla vita privata a un uomo accusato di traffico di minori; e ancora, email di gratitudine per donazioni e raccomandazioni, firmate da accademici che non sembrano porsi domande, o preferivano non farlo.
L’interfaccia familiare di Gmail rende tutto oscenamente normale. La quotidianità amministrativa di Epstein – ordini Amazon, appuntamenti, richieste – scorre con la stessa disinvoltura delle email che documentano gli abusi di cui è accusato. Su Jmail si naviga tra le sue email come fossero le nostre. Niente filtro giornalistico che interpreta. Qui non c’è mediazione, solo la cruda, banale amministrazione di un impero fondato sul ricatto e sulla compiacenza delle élite.
Nell’epoca del sovraccarico informativo non basta più possedere le informazioni. Il potere è di chi costruisce la lente per leggerle. Stavolta quella lente non l’hanno progettata giudici né grandi piattaforme, ma due giovani sviluppatori che volevano permettere a chiunque di vedere che cosa c’era dietro il sipario.