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Meno Pucci, più Paese: mentre discutiamo del tema simbolico, i problemi veri continuano a esistere

Il fenomeno della distrazione di massa: mentre ci dividiamo su controversie superficiali, i problemi strutturali restano irrisolti
Meno Pucci, più Paese: mentre discutiamo del tema simbolico, i problemi veri continuano a esistere
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di Paolo Gallo

C’è sempre un “caso Pucci”, qualunque cosa rappresenti, qualunque polemica del giorno, qualunque oggetto mediatico capace di occupare talk show e timeline, pronto a prendersi il centro della scena. È il meccanismo perfetto della distrazione: un simbolo leggero, polarizzante, immediato. Se ne discute, ci si divide, si litiga. Intanto, il Paese reale resta sullo sfondo. E i problemi strutturali continuano ad esistere, silenziosi e pesanti.

L’Italia ha una sanità pubblica sotto pressione cronica: liste d’attesa incompatibili con il diritto alla cura, pronto soccorso congestionati, personale stremato. Ha salari reali tra i più bassi d’Europa e una generazione giovane che continua a guardare all’estero non per ambizione cosmopolita, ma per necessità. Ha una scuola che regge grazie alla dedizione di chi ci lavora, non certo per abbondanza di investimenti. Ha territori fragili, infrastrutture da manutenere, comuni sotto organico, giustizia lenta, burocrazia farraginosa.

Eppure il dibattito pubblico scivola con sorprendente facilità verso il “non-problema Pucci”: il tema simbolico, la polemica identitaria, la controversia di superficie che consente di schierarsi senza dover entrare nella complessità delle soluzioni. È più semplice discutere di un segno, di uno slogan, di un caso virale, che affrontare nodi come produttività stagnante, transizione energetica, spesa dei fondi europei, politiche industriali, assistenza agli anziani non autosufficienti, natalità in caduta libera.

La politica cade spesso in questa trappola perché il “caso Pucci” rende: è rapido, emotivo, misurabile in click e consenso immediato. Le riforme vere invece sono lente, tecniche, piene di compromessi e di numeri. Non fanno tendenza, non accendono tifoserie. Ma sono quelle che cambiano la vita quotidiana delle persone.

Colpisce anche la velocità con cui certe tragedie scivolano fuori dal radar. Eventi drammatici, come quello che ha colpito Niscemi, generano commozione per pochi giorni, poi vengono risucchiati dal ciclo dell’attenzione. Restano le comunità coinvolte, restano le responsabilità da chiarire, restano le misure di prevenzione da rafforzare, ma il riflettore si è già spostato altrove. Di nuovo su un nuovo “Pucci”, su una nuova disputa pronta all’uso.

Un Paese maturo dovrebbe saper distinguere tra ciò che è simbolico e ciò che è sistemico. Tra ciò che fa rumore e ciò che fa danno. Non si tratta di negare il valore dei temi culturali o identitari, ma di rimettere le proporzioni: prima la capacità degli ospedali, poi le polemiche; prima i salari e la produttività, poi gli slogan; prima la sicurezza del territorio, poi il trending topic.

“Meno Pucci, più Paese” potrebbe essere la formula meno ironica e più necessaria. Perché mentre discutiamo del non-problema, i problemi veri non stanno fermi. Crescono. E presentano il conto.

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