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Turchia, il nuovo ministro e la stretta sulla Giustizia. Il giornalista Dundar: “Erdogan vuole impedire all’opposizione di vincere le elezioni”

L’ex direttore dell’autorevole quotidiano Cumhuriyet, condannato a 28 anni di reclusione, vive in esilio: "Terranno il sindaco di Istanbul, İmamoğlu, in carcere il più a lungo possibile. Andiamo verso un sistema pienamente autoritario"
Turchia, il nuovo ministro e la stretta sulla Giustizia. Il giornalista Dundar: “Erdogan vuole impedire all’opposizione di vincere le elezioni”
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C’è un nuovo ministro della Giustizia in Turchia con un passato che non promette nulla di buono. Si tratta di Akin Gurlek, l’ex procuratore capo di Istanbul, noto per avere condotto indagini prefabbricate che hanno portato all’arresto di numerose figure dell’opposizione. Gli esempi più eclatanti della sua attività riguardano il leader del partito filo curdo HDP (oggi DEM, terza forza in parlamento) Selahattin Demirtas, in carcere dal 2016 con l’accusa di essere affiliato al PKK, ed Ekrem Imamoglu, il sindaco di Istanbul rimosso dall’incarico dopo l’arresto per corruzione nel marzo del 2025. Da allora Imamoglu è in custodia cautelare in attesa di giudizio. Ma Gurlek non aveva risparmiato neanche la stampa indipendente: negli anni scorsi aveva ordinato l’arresto dell’ex direttore dell’autorevole quotidiano Cumhuriyet, il giornalista investigativo Can Dundar.

Dundar, perché Erdoğan ha nominato Gurlek proprio ora?

A mio avviso, Erdoğan si sta preparando a passare dalla categoria di “autocrazia competitiva” a un sistema pienamente autoritario. Per smantellare gli ultimi resti di democrazia deve attivare due istituzioni chiave: la magistratura e la polizia. Nominare esponenti della linea dura in questi due ministeri è significativo in tal senso. A solo un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali tutti i sondaggi suggeriscono che, in una competizione leale, l’opposizione vincerebbe. Impedire che ciò accada è diventato essenziale per il presidente.

Ekrem İmamoğlu, ampiamente considerato il principale rivale di Erdoğan alle elezioni presidenziali del 2028, rimane in custodia cautelare. Qual è il piano di Erdoğan nei confronti dell’ex sindaco di Istanbul?

Tenerlo in carcere il più a lungo possibile – se possibile, a vita – e impedirgli di diventare il candidato dell’opposizione alle presidenziali. Perché in quasi tutti i sondaggi d’opinione, İmamoğlu appare ancora in vantaggio su Erdoğan. Una condanna potrebbe bloccare del tutto la sua candidatura.

Poiché il leader curdo Selahattin Demirtas è tra le figure dell’opposizione indagate da Gurlek, quindi arrestato e incarcerato esattamente 10 anni fa in seguito alle indagini dell’ex procuratore, cosa segnala la sua nomina in merito al cosiddetto dialogo in corso tra il governo di coalizione e il PKK, a cui Demirtas è stato affiliato pur avendolo sempre negato?

Demirtaş è visto come un serio ostacolo alle ambizioni politiche di Erdoğan, motivo per cui non è stato rilasciato. Allo stesso tempo, tuttavia, Erdoğan sta cercando di attrarre voti curdi nel caso in cui rischiasse di perdere le future elezioni. Per questo motivo, invece di Demirtaş – che considera un avversario radicale – sembra aver optato per perseguire un processo negoziale con Abdullah Öcalan, percepito come più aperto al compromesso. Il dilemma è questo: i leader autoritari spesso governano creandosi nemici. Anche Erdoğan lo fa e per questa ragione ha lanciato operazioni militari contro i gruppi curdi in Siria prima delle ultime cinque elezioni. Se dovesse concludere che un processo di pace con il Pkk non serva ai suoi obiettivi politici, potrebbe porre fine al dialogo. La nomina di Gürlek segnala che i falchi potrebbero sostituire le colombe.

La trattativa avviata dal governo con il PKK dunque non è genuina?

Questo è stato un processo che ha avuto inizio con l’opportunità creata dagli sviluppi in Siria. Dopo gli ultimi avvenimenti, ovvero l’ascesa al potere a Damasco del jihadista Ahmed al Sharaa e la messa alle strette dei curdi di Siria, Erdoğan potrebbe non sentire più la necessità di negoziare.

Cosa vuole fare Erdogan della vita di Öcalan?

Öcalan ha promesso lo scioglimento del PKK e un impegno per il disarmo. Tuttavia, Ankara lo ritiene insufficiente, sostenendo di aver già sconfitto militarmente l’organizzazione. Ora lo sta spingendo a fare pressione sui curdi in Siria affinché si sottomettano al regime e depongano le armi. È improbabile che Öcalan abbia il potere di raggiungere questo obiettivo.

Qual è la sua opinione sul tentativo di Ankara di sopprimere l’autonomia del Rojava?

Si tratta di uno sviluppo che Ankara auspicava da anni, ma che gli Stati Uniti non avevano approvato. Ora, con la nuova leadership siriana allineata a Washington e i detenuti dell’Isis trasferiti in Iraq, i curdi hanno perso la loro influenza. Gli Usa hanno dato il via libera alla richiesta di Ankara e i curdi del Rojava sono stati costretti a sottomettersi a uno stringente compromesso con Damasco

In un’intervista al nostro giornale, Salih Muslim, il fondatore dell’autoproclamata Amministrazione autonoma del Nord Est Siria, nota come Rojava curdo, ha affermato che la recente offensiva militare lanciata del presidente siriano ad interim al Sharaa è una cospirazione della Turchia per provocare una guerra tra le tribù arabe e curde che abitano il territorio fino al mese scorso sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane a guida curda. Qual è la sua opinione?

“Dividi et impera” è una tattica indispensabile per tutti i regimi autoritari. La mia preoccupazione è che una strategia volta a contrapporre arabi e curdi possa gradualmente creare una frattura anche tra turchi e curdi. Temo che il fuoco che questa dinamica accenderebbe non rimarrebbe confinato alla Siria.

Il trasferimento di armi turche alle milizie jihadiste siriane durante il lungo conflitto siriano, da lei rivelato quando era direttore di Cumhuriyet, riguardava anche la milizia dell’attuale presidente siriano ad interim al Sharaa, allora noto con il suo nome di guerra al Jolani?

Certo. Le armi andavano in gran parte ad al-Nusra, che all’epoca era guidata da al Jolani. Infatti, Nuri Gökhan Bozkır, che si procurò le armi per conto del governo turco, si riferì ad al Jolani come “mio amico” durante una delle sue udienze in tribunale e ammise che gli avevano fornito grandi quantità di armi. L’ascesa al potere di al Jolani è, per molti versi, il risultato di anni di investimenti da parte di Ankara. Quanto a me, sono stato condannato a 28 anni e mezzo di carcere per aver raccontato questo fatto e vivo in esilio.

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