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Milano-Cortina 2026, le sfide del dopo-Olimpiadi dietro le medaglie: il patriottismo non basterà

Le sfide post Olimpiadi Milano Cortina 2026: dai costi esorbitanti alle opere incompiute, dalle inchieste giudiziarie alla gestione futura degli impianti
Milano-Cortina 2026, le sfide del dopo-Olimpiadi dietro le medaglie: il patriottismo non basterà
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Quando l’idea e la pratica della forza si sostituiscono alla forza delle idee accade ciò che è accaduto a Milano sabato 7 febbraio, il giorno dopo l’inaugurazione di Milano Cortina 2026. La manifestazione convocata per protestare contro le Insostenibili Olimpiadi nella loro declinazione di città e di montagna è cominciata con un gesto collettivo simbolico, mettere al centro dell’attenzione i larici abbattuti per far posto al cantiere della pista da bob.

Le sagome in legno portate a mano sono state ben presto abbandonate ed è finita in uno scontro violento tra qualche decina di partecipanti e una forza soverchiante di poliziotti e carabinieri, pronti a sostenere l’assalto. Fuochi d’artificio, lacrimogeni, idranti, manganellate, un duro corpo a corpo, blocchetti di porfido lanciati per aria. Abbiamo assistito ad un finale di partita già visto, alla ripetizione logora, inutile, ma prevedibile, di un rituale che serve a chi protesta per affermare la propria identità, quasi che i contenuti siano indifferenti, un pretesto, più che una ragion d’essere. Dall’altra parte si è manifestata, implacabile e senza subire danni, la reazione di contenimento da parte delle forze dell’ordine, per dimostrare che lo Stato non si fa intimidire, vigila, reprime il dissenso.

“Ho visto i larici abbattuti una seconda volta” ha commentato un alpinista di lungo corso presente alla manifestazione, un ecologista radicale, molto severo nei confronti del sistema per l’insostenibilità economica, ambientale e sociale delle Olimpiadi diffuse tra Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige. L’epilogo violento ha annegato, sacrificato le ragioni della critica in cambio di una discutibile visibilità dei collettivi a cui, evidentemente, non stanno a cuore i cambiamenti, ma solo le esibizioni muscolari. Il potere, incarnato dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni, dal ministro dell’interno Matteo Piantedosi e dal ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, non solo ha condannato (giustamente) le violenze, ma ne ha subito approfittato per lanciare anatemi: “Chi manifesta contro le Olimpiadi è contro l’Italia”.

Era prevedibile che con l’accensione del braciere si imponesse la narrazione ufficiale, sull’onda emotiva che lo sport provoca, soprattutto se cominciano a fioccare le medaglie. Sono sette anni che il racconto è sempre lo stesso, improntato all’ottimismo, all’autoelogio, al rifiuto di ammettere la pur minima opacità. Lo hanno fatto con la devastante pista da bob di Cortina e con la cabinovia di Socrepes che danza su una frana, con gli scandali dei bacini realizzati in alta quota, con l’abbattimento dei boschi, con le sciatrici italiane che dormono in albergo anziché nel villaggio olimpico costato 39 milioni di euro ai contribuenti, con l’apertura di cantieri faraonici, con la spesa di due miliardi di euro per un’organizzazione miracolata dai soldi pubblici, con gli extracosti pagati ai privati dallo Stato e con i cinque miliardi per il piano infrastrutturale. Tutto giustificato, legittimo, anzi doveroso – hanno detto – un investimento che porterà all’Italia visibilità, miliardi di spettatori e lauti guadagni.

Ma anche le medaglie olimpiche si rompono o si crepano, come sta accadendo. Negarlo, fare spallucce, alzare la maschera del tutto-va-bene, lanciare accuse di antipatriottismo, equivale – sul versante istituzionale – al comportamento dei ragazzi che indossano i passamontagna, alzano il livello dello scontro e vanno a schiantarsi contro gli scudi della polizia. Entrambe le parti non modificano lo stato delle cose, perché a loro non interessa farlo. Dire che chi critica le Olimpiadi è un disfattista significa non voler ammettere che questi sette anni di travaglio organizzativo e infrastrutturale sono solo l’anticipazione di quello che verrà dopo, e che la sostanza della critica non punta al cuore dei Giochi, ma al caravanserraglio che ha apparecchiato la tavola. Altro che muro contro muro, è la forza delle idee e delle analisi che dovrebbe essere messa in campo, per evitare sfracelli per i prossimi vent’anni, come ha insegnato Torino 2006.

Le date del 22 febbraio a Verona per le Olimpiadi e del 15 marzo a Cortina per le Paralimpiadi non segneranno una fine, ma l’inizio. Dopo l’apoteosi agonistica verrà il momento della resa dei conti. Le tracce sulla neve già indicano i sentieri tortuosi che l’Italia dovrà percorrere perché non restino solo macerie. Al momento se ne possono già individuare sei: la via giudiziaria, il rendiconto economico, le verifiche contabili, il completamento infrastrutturale, il mantenimento delle opere e il labirinto della burocrazia.

A Milano ci sono due inchieste aperte, per gli appalti a Deloitte e per la proliferazione urbanistica riguardante l’Arena Santa Giulia e il Villaggio Olimpico di scalo di Porta Romana, in attesa del responso della Corte Costituzionale sulla natura pubblica o privata di Fondazione Milano Cortina, dopo un intervento a gamba tesa del governo che ha anestetizzato l’inchiesta. I consuntivi della gestione da parte di Fondazione Mico dovranno confrontarsi con un bilancio in rosso per 150 milioni di euro accumulato negli esercizi dal 2020 al dicembre 2024 e con un già prevedibile sforamento del budget per almeno 500 milioni, in buona parte ripianato anticipatamente da uno stanziamento pubblico. La Corte dei Conti, che ha già lanciato inequivocabili alert sui disavanzi e sul coacervo delle procedure, è pronta a verificare con ragionieristica precisione.

Ancora più insidiosa la quarta sfida, ovvero le opere da finire o realizzare ex novo, in carico a Società Infrastrutture Milano Cortina (Simico) e contenute nel Piano Olimpico. Si tratta di 58 interventi su un totale di 98, per un valore pari al 79 per cento della spesa complessiva, prudenzialmente quantificati in 3 miliardi di euro. Anche per questo a Simico è stata regalata per legge una lunga vita, fino al dicembre 2033. Quando e come riuscirà a completare i lavori in ritardo e alcune opere impossibili?

C’è poi il tema spinoso della gestione degli impianti sportivi che impegnerà gli enti territoriali. Un esempio fra tutti la pista da bob, con una perdita preventivata di quasi 700mila euro all’anno, circa 14 milioni di euro a carico del Comune di Cortina d’Ampezzo nei prossimi vent’anni. Da ultimo, il sentiero della burocrazia, spesso indecifrabile, sicuramente pieno di trabocchetti ed insidie. A Torino c’è ancora un commissario liquidatore delle società, mentre l’eredità (legacy olimpica) a beneficio di Regione Piemonte, Comuni e Comunità montane si è tradotta in un fardello di spese e strutture finite in malora.

Tutti questi temi sono a conoscenza degli attori che hanno costruito Milano Cortina 2026. Comprensibile che nel momento delle gare invitino al patriottismo, un po’ meno che, acriticamente, lo abbiano fatto prima. Sicuramente sarebbe colpevole che lo facessero dopo, quando i Signori del Circo Bianco avranno abbandonato le nostre montagne al loro destino.

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