Referendum Giustizia, il governo tira dritto: integrato il quesito ma la data resta 22-23 marzo
Il governo forza nuovamente e tira dritto. Non cambia la data del referendum sulla Giustizia. Il Consiglio dei ministri ha deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo. Unica novità è l’integrazione del quesito con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere. Una scelta presa durante un consiglio dei ministri convocato d’urgenza dopo l’ordinanza della Corte di Cassazione e durato 28 minuti.
“Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni, vista l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum comunicata il 6 febbraio 2026, ha deliberato di proporre al Presidente della Repubblica, per l’adozione del relativo decreto, di precisare il quesito relativo al referendum popolare confermativo già indetto con il decreto del 13 gennaio 2026 nei termini indicati dalla citata ordinanza, fermo restando lo stesso decreto”, si legge nel comunicato finale.
L’ordinanza della Corte di Cassazione ha riformulato il quesito referendario accogliendo la versione proposta dal comitato dei 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare che ha superato le 500mila adesioni. La Suprema Corte ha detto sì all’inclusione degli articoli costituzionali che verrebbero modificati dalla riforma, una precisazione che i giuristi avevano richiesto per consentire agli elettori di esprimere un voto consapevole. Secondo la legge 352 del 1970 sul referendum, infatti, è obbligatorio indicare nel quesito le norme costituzionali coinvolte dalla proposta di modifica.
Una decisione che aveva riaperto la partita sulla data del voto e dato speranza ai promotori della raccolta firme che si sono detti “fiduciosi” in un cambio di data. Anche lo stesso ministro della Giustizia non aveva escluso la possibilità di uno “slittamento” che, in ogni caso, – precisava in un’intervista al Corriere – sarebbe stato “molto breve”, di “due o tre settimane”. Ma, alla fine, il governo non cambia linea e conferma, ancora una volta, la volontà di convocare le urne il prima possibile.
“L’ufficio amministrativo ha preso quella decisione e noi abbiamo preso la nostra, non faccio polemica su questo”, commenta il vicepremier Antonio Tajani, al margine del congresso del Partito Radicale: “La data non cambia e si aggiunge al quesito il riferimento agli articoli della Costituzione, quindi non cambia la sostanza. Riteniamo giusto – aggiunge il leader di Forza Italia – che si possa procedere come previsto, in base al decreto che era già stato fatto”.
“Ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni”, replica la responsabile giustizia del Pd, la deputata democratica Debora Serracchiani: “Prima – spiega – non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione, poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500 mila cittadine e cittadini italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata del referendum con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa. Ora anche le accuse alla magistratura di aver semplicemente svolto il proprio lavoro applicando la legge e lamentando la non imparzialità della stessa. Un’altra buona ragione per votare no”, conclude la deputata dem.