Askatasuna, ad aprile la Procura di Torino torna all’assalto nel processo d’appello
Per l’accusa il centro sociale Askatasuna era diventata la base di una vera e propria “associazione a delinquere”. Un’organizzazione “verticistica”, “capillare nella distribuzione dei ruoli e dei compiti”, in grado di realizzare “azioni violente” durante “manifestazioni di protesta”, che aveva come finalità quella di “mantenere alta la tensione con le forze dell’ordine” e portare avanti una “lotta violenta” contro lo Stato. Insomma, per la Procura di Torino a processo non c’era una compagine politica radicale, ma un gruppo di delinquenti comuni, che, per citare le parole del procuratore generale Lucia Musti, avrebbe trasformato Torino “nella capitale dell’eversione italiana”.
La tesi della Procura, che aveva chiesto 88 anni di carcere in un processo che contava 28 imputati, è però caduta sul punto principale: nel marzo del 2025 il tribunale ha riconosciuto condanne per 16 anni, ma solo per fatti specifici. Nessuna associazione per delinquere, una contestazione smentita completamente dalla sentenza di primo grado: “Sulla base di quell’ipotesi, avrebbero dovuto condannare tutti i centri sociali italiani – ragiona l’avvocato Claudio Novaro – Si è voluto costruire un nemico ed eliminare la protesta sociale”. Un ribaltamento giudiziario, che non ha impedito lo sgombero del centro sociale nel dicembre del 2025.
La Procura di Torino ha presentato ricorso contro quella sentenza e l’appello è stato fissato il prossimo 13 aprile. Il clima in cui sta per cominciare il secondo grado è ben riassunto dalle parole della procuratrice generale Lucia Musti, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha chiamato in causa “un’area grigia” cittadina, “di matrice colta e borghese”, che invece di “svolgere un’illuminata azione di deterrenza”, sarebbe colpevole di offrire una “benevola tolleranza” a chi provoca disordini in piazza.
Le indagini della Digos sono andate avanti due anni, fra il 2019 e il 2021. Ma la nascita di una vera e propria associazione a delinquere viene fatta rimontare a molti anni prima, almeno al 2009, alle proteste dell’Onda studentesca. Dal 2011, sempre secondo i pm, Askatasuna si sarebbe rafforzata prendendo la regia delle manifestazioni in Val di Susa. Da allora, l’organizzazione avrebbe ripetuto gli stessi schemi, con scontri e proteste violente, su quattro fronti: proteste No tav; cortei cittadini; scontri durante il Primo Maggio e contro movimenti di estrema destra. Al vertice dell’organizzazione ci sarebbero stati lo storico militante Giorgio Rossetto, individuato come leader, e Guido Borio, definito l’ideologo del gruppo.
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, pur riconoscendo “l’impronta ideologica”, l’“astio verso le istituzioni” e le “idee rivoluzionarie” degli attivisti, i giudici hanno sottolineato come questi elementi di per sé non siano reati: “Le comunicazioni intercettate tra gli imputati – laddove esprimono avversione ideologica e sentimenti rivoluzionari, disprezzo verso le istituzioni – non dimostrano l’esistenza di un programma criminoso, ma l’espressione di una visione ideologica anti-istituzionale, non penalmente illecita in sé (…) e il fatto che diversi di loro siano stati talora coinvolti in giudizi penali per fatti legati a scontri di piazza o ad ‘attacchi al cantiere’ non dimostrano infine, con il necessario grado di precisione, l’esistenza del comune programma criminoso”.
E ancora: “Gli elementi probatori emersi nel corso del giudizio non dimostrano, aldilà di ogni ragionevole dubbio, la sussistenza ipotizzata dell’associazione per delinquere (…) Non è emerso che l’associazione avesse, in quanto tale, la disponibilità di strumenti da utilizzare per il compimento di attività criminose”. I giudici smontano dunque il ruolo di regia negli scontri violenti: “Quanto al fatto che i componenti del sodalizio fossero in grado di esercitare una egemonia su fenomeni di massa come gli scontri in contesti cittadini e la commissione di reati durante gli attacchi al cantiere del Tav, la circostanza è stata esclusa da tutte le aggregazioni sociali che, insieme agli imputati, hanno organizzato quelle manifestazioni”. Il centro sociale di Corso Margherita 47 non è stato inoltre “usato a fini di proselitismo per il compimento di attività illecite” e non c’è prova, secondo il tribunale, dell’esistenza di una struttura organizzata gerarchica guidata da veri e propri “capi”, tipica dei reati associativi: “La prassi era prendere le decisioni sempre all’esito di un percorso assembleare”.
Ma anche se il processo è in parte affondato, almeno per ora, è impossibile non notare come la vicenda giudiziaria, a prescindere dal suo esito nei prossimi gradi di giudizio, abbia già avuto effetti importanti nella repressione del movimento, un po’ come già accaduto in precedenza con l’inchiesta sull’Asilo occupato, punto di riferimento della galassia anarchica. I leader storici di Askatasuna, alle prese con le udienze e i problemi giudiziari, hanno compiuto un passo indietro. Le proteste di piazza, culminate talvolta con scontri e danneggiamenti, non sono affatto diminuite, ma a guidarle è una nuova generazione. Un composito amalgama sociale che ha riunito reduci dai movimenti studenteschi con un pezzo di giovani di seconda generazione che hanno trovato nelle proteste Pro-Pal, per la prima volta, una spinta verso l’attivismo. L’impressione, insomma, è comunque dovesse finire il processo, la realtà fuori dalle giudiziarie è già cambiata in profondità. A cominciare dal pugno duro sulle piazza che il governo Meloni vuole introdurre con il nuovo decreto sicurezza, varato all’indomani degli scontri con la polizia di qualche giorno fa, quando il corteo in favore di Askatasuna, partecipata da decine di migliaia di manifestanti pacifici, è stato oscurato dagli scontri messi in campo con la polizia da una minoranza di violenti.