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Sanchez vieta i social agli under 16? Sospendo il giudizio: forse meglio dar loro consapevolezza

Insegnare a scuola educazione digitale, sì. Ci sto. Anche perché parliamoci chiaro: divieto o non divieto, anche sotto ai sedici anni i ragazzini, il web e i social, li useranno
Sanchez vieta i social agli under 16? Sospendo il giudizio: forse meglio dar loro consapevolezza
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Lo spunto me lo fornisce direttamente il più piccolo. Che però, attenzione, adesso ha diciotto anni, ovvero fuori dal limite indicato da Sanchez e dentro a pieno titolo alla panacea di tutti i mali che è quell’Internet e suoi consociati social, di nuova e vecchia partitura.

Ciò posto, parlo bene, si dirà. Speriamo, rilancio, perché non è neanche detto. E infatti, come sopra, lo spunto lo dà il neodiciottenne: “Per me una persona che oggi si buttasse in politica è un folle, perché decidere di sottoporsi a un vita di stress” dice mentre infila in bocca due rigatoni insieme. Chi ascolta, cioè io e la sorella, alziamo gli occhi e verifichiamo che stia masticando. “E perché? – chiedo io – Amministrare la cosa pubblica dovrebbe essere la più nobile della arti”. La sorella a quel punto: “E poi dipende da quanta importanza si dà al potere”. Io: “Per alcuni è tutto”.

Al che, lui, definitivo: “Secondo me il potere vero ce lo hanno quelli come Zuckerberg. Purtroppo o per fortuna contano quelli come lui. Contano – insiste – e traggono il massimo dalla loro opera d’ingegno. Quello sì che è potere, muovono le masse vere. Altro che…”.

Seguono quei cinque secondi in cui io cerco disperatamente una risposta senza trovarla. Un’ora prima si era saputo che Sanchez ha dichiarato guerra al mondo digital e a chi lo gestisce, e io assisto inerme alla conferma che l’asse di valutazione di ciò che conta, per la generazione cresciuta a pane e wifi, è inclinato in direzione ostinata ma drittissima verso ciò che per noi è invece da limitare. Da regolamentare.

I nuovi leader vestono con scarpe da ginnastica e felpa, sorrido tra me. E non sanno, perché non ne hanno avuto mai bisogno, che cosa sia il volantinaggio, neppure quello per pagarsi la benzina. E pensare che le magnifiche sorti e progressive di una bolla chiamata new economy ed esplosa lasciando vittime a destra manca nord e sud già l’avevamo vista. Eppure. Eppure siamo il mondo felice che ha bisogno di sorrisi bianchi, evidentemente, e di bibite da sorseggiare accanto al pc.

Sei tra noi?, chiede la maggiore. Ci sono ci sono, dico. E tiro fuori Sanchez con il suo new deal. Vedremo come finirà, mi rispondono. Buona per tutte le stagioni come risposta, mi dico, ma anche equa per chi non vuole prendere posizione. Avessi saputo farlo io.

Sanchez dunque. Ha parlato di regole. E in particolare una è quella che mi affascina più delle altre, quella che dovrebbe limitare, se non annientare, la diffusione dell’odio. Poi c’è anche quella che chiama in causa i fondatori di Grok, Tiktok e Instagram, come diretti responsabili delle violazioni commesse sulle piattaforme digitali che loro gestiscono.

Tutto bello e dio solo sa se io non sottoscriverei in toto le cinque buone regole senza peraltro meravigliarmi che provengano da un paese che in questo momento vola, ci lascia a guardare, ci saluta dal finestrino con il suo oltre +2,6% di Pil in crescita. Roba da pazzi.

Invece mi fermo, mi ripeto la parola magica. Regole. Guardo di nuovo i ragazzi, davanti a me.

Solo pochi giorni fa per la prima volta, in tutt’altro contesto, anche il nostro Presidente della Repubblica aveva nominato le regole. A mia memoria non ricordavo un altro affondo tanto sonoro in cui Mattarella ne avesse ricordato l’impegno al rispetto condiviso, pena la barbarie.

Tutti gli indizi mi portano dunque ad applaudire Sanchez, come potrei fare diversamente. D’altra parte vuoi mettere dire No alla manipolazione degli algoritmi e all’amplificazione di contenuti illegali a scopo di lucro? Oppure quell’idea delle piattaforme per mettere in atto sistemi efficaci di verifica dell’età degli utenti, in modo da sbarrare l’accesso ai minori di 16 anni? Poi però penso al governo di Madrid che collaborerà con la procura per portare alla luce e sanzionare potenziali violazioni dei social e qui mi fermo.

Devono averlo notato anche loro, i ragazzi. Mi fermo perché un governo che collabora con la procura mi fa frenare di colpo e mi fa dire, simpaticamente ma anche meno, ‘definisci violazioni’ e soprattutto ‘definisci potenziali violazioni’. Perché una cosa è certa, o si stabilisce qual è l’organo – esperto anche in new media – che fa da valutatore e semmai dovrebbe essercene uno europeo, oppure il rischio deriva diventa immenso. Quel che può essere vero in un Paese progressista non lo è in un altro sovranista. E chi stabilisce quando i contenuti sono violazioni potenziali?

Non a caso quando Mattarella – grazie sempre che c’è – invocava sì le regole, ma le associava all’Europa (altro discorso, sì, altra situazione, ma il meccanismo deve scattare sempre ormai: norma? Europa. Altrimenti ci diluiamo nel mare magnum di un’ignavia individualista).

E così chiedo a mia figlia, Ti ricordi quando la sera parlavamo di quel che i giornalisti avrebbero proposto al tg e tu già sapevi i fatti perché li avevi letti non so dove? Certo che mi ricordo, risponde lei, e le mie fonti non erano mai il mainstream. Come per i recenti fatti di Torino, lei le immagini le aveva viste tutte e presto. Aveva saputo da subito il bello e il brutto. Si era fatta un’idea. Sì, mi si obietterà, ma ha vent’anni. Certo, contro-obiezione, ma tre anni fa non li aveva.

Vado a rileggere le intenzioni di Sanchez e sospendo il giudizio. Perché se alcune intenzioni nel suo operato le approvo da madre, come giornalista e come cittadina mi interrogo. Non so quanto il divieto e il limite imposto dall’alto possano mai sopperire quella che deve orami essere considerata una necessità: insegnare a leggere il web, educare i ragazzi a muovercisi attraverso, guidarli nello schivare i rischi e evitar loro danni conseguenti. Dar loro consapevolezza, questa sì che è una regola. Insegnare a scuola educazione digitale, sì. Ci sto. Anche perché, parliamoci chiaro, care Spagna e Italia: divieto o non divieto, anche sotto ai sedici anni i ragazzini, il web e i social, li useranno. Quindi inutile temporeggiare, meglio educare il prima possibile.

Il paragone può essere azzardato, ma non credo lo sia. Noi abbiamo imparato a leggere perché qualcuno ce lo ha insegnato. Ci siamo mossi tra i testi come oggi ci si muove tra i post. A tentoni, leggendo male, leggendo bene, leggendo tutto. Poi ci siamo confrontati, e abbiamo capito che i cattivi romanzi e i cattivi maestri non esistono. Esistono i pericoli e ai pericoli siamo esposti tutti, di qualsiasi generazione. Abbiamo imparato ad andare in bicicletta perché qualcuno un giorno ci ha dato una spinta, ci ha lasciato andare e ha incrociato le dita socchiudendo gli occhi per non vedere oltre.

Non appartengo al circolo di quelli che dicono che quel che fanno altrove è sempre meglio. Ma nel nord Europa i bambini non usano le rotelle per muovere i primi passi in bicicletta e imparano ad andare da soli presto, prestissimo. Ben prima dei sedici anni.

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