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Ciclone Harry, il futuro passa da una ricostruzione sostenibile e dalla transizione ecologica

Il ciclone Harry dovrebbe essere di insegnamento: da un lato, stimolando una ricostruzione virtuosa; dall’altro, offrendo uno sguardo lungimirante sul futuro
Ciclone Harry, il futuro passa da una ricostruzione sostenibile e dalla transizione ecologica
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di Stephanie Brancaforte e Massimiliano Perna

Il ciclone Harry che ha colpito la Sicilia, provocando danni stimati in un paio di miliardi di euro, è stato ignorato per giorni da media e governo nazionale. L’incredibile furia distruttiva del vento, con raffiche di oltre 60 km/h, e del mare, con onde che hanno raggiunto i 15 metri di altezza, ha lasciato una lunga scia di danni, risparmiando le persone solo grazie al funzionamento dell’allerta preventiva, diramata dalla protezione civile regionale.

L’assenza di vittime ha forse reso “poco attraente” la vicenda per il mainstream nazionale e per il governo. Niente copertura mediatica, né trasmissioni o “speciali”, nessun accenno da parte della premier, né solidarietà, in un Paese che, sui social, ha invece vomitato razzismo nei confronti delle popolazioni colpite.

La questione, allora, è un po’ più profonda e chiama in causa una atavica indifferenza nei confronti del Meridione e, in particolare, della Sicilia, un’isola che per il nostro Paese esiste solo da maggio a ottobre, quando accoglie milioni di turisti. Un’indifferenza che muta poi in pregiudizio, ogni volta che un evento climatico sferza il territorio dell’isola, già segnato, come altre aree della Penisola, da un grave dissesto idrogeologico, come ci ricorda l’emblematico caso di Niscemi.

Un pregiudizio che emerge con soddisfatta cattiveria dentro una parola ben precisa: abusivismo. Peccato, però, che l’abusivismo c’entri fino a un certo punto, perché la furia del mare ha invaso il centro di antichi borghi marinari, colpito porti, ferrovie, abbattuto muri, frangiflutti, costoni di roccia. Sicuramente, la natura si è ripresa anche spazi occupati da un’antropizzazione incosciente e irregolare, spazzando via anche stabilimenti balneari permanenti e costruzioni sorte senza regole, ed è per questo che è necessario, nel dibattito sulla ricostruzione, pretendere che ci sia un cambiamento, che non si torni a occupare gli stessi identici spazi. Insomma, c’è l’occasione per ripartire in armonia con la natura e le sue leggi.

Al riguardo, è interessante quanto sostiene transistor, che propone di trasformare questo disastro “in una possibilità di transizione ecologica inclusiva”. Vale a dire, non ripristinare ciò che il mare ha spazzato via, ma dar luogo a una “rinascita resiliente”, che preveda delle Nature-Based Solutions (Nbs), soluzioni mirate a garantire la sostenibilità degli ecosistemi naturali.

Si parla di rinaturalizzazione delle coste, con l’integrazione di dune costiere, praterie di Posidonia e zone umide, tutte cose che consentirebbero di ridurre l’erosione del 50-70%, agendo come barriere naturali adattive contro l’innalzamento dei mari. E poi la messa in sicurezza delle aree costiere, sempre più soggette alla furia dei cicloni. Ricostruire seguendo principi di sostenibilità permetterà di risparmiare sui disastri futuri.

Tornando al silenzio di Meloni&co. sugli effetti di “Harry”, c’è un altro aspetto che può provare a spiegarlo. Riguarda l’imbarazzo di un governo notoriamente scettico, spesso con toni derisori, sul cambiamento climatico, e deciso a sprecare risorse preziose sul progetto del ponte sullo Stretto. Ecco, davanti a un ciclone che mette a nudo lo sgretolamento di un’isola segnata da problemi idrogeologici seri, forse gli alfieri del ponte hanno preferito tacere.

Ma non è tutto. In questi giorni, l’Italia ha votato, insieme a quasi tutti i paesi europei, il regolamento che prevede lo stop di importazione di gas dalla Russia di Putin, in guerra con l’Ucraina. Con il naturale risvolto di aumentare le importazioni di gas dagli Usa, gli stessi che minacciano l’Europa con la politica dei dazi e con le mire sulla Groenlandia e che stanno rilanciando il fossile a svantaggio delle rinnovabili, rallentando o addirittura riportando all’indietro la transizione ecologica. Quella transizione che, riducendo le emissioni e l’impatto sul clima, eviterebbe il susseguirsi e l’aumento di eventi climatici catastrofici.

Il ciclone Harry, dunque, dovrebbe essere di insegnamento: da un lato, stimolando una ricostruzione virtuosa che non ripeta gli errori del passato, facendo prevalere l’interesse pubblico su quello privato e tutelando l’incolumità dei cittadini, attraverso un piano mirato a “curare” il dissesto idrogeologico; dall’altro, offrendo uno sguardo lungimirante sul futuro, che consideri prioritaria e non più rinviabile la lotta al cambiamento climatico, attraverso l’abbandono del fossile e delle importazioni del gas e la transizione energetica verso le rinnovabili.

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