Dall’ipocrisia alla brutalità: così il potere ha perso la maschera della benevolenza
François de La Rochefoucauld, grande aforista francese del XVII secolo, ebbe a dire che “l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”. Ora che – in questa congiuntura astrale avversa – la maschera benevola di maniera non copre più il volto celato del potere, appare in piena luce il suo profilo orripilante. Insieme ai tratti caratteriali – sino al recente passato mantenuti prudentemente sottotraccia – dell’arroganza e dell’avidità; pulsioni ormai dedite a espellere due piccole virtù quotidiane che addolcivano le relazioni umane: il pudore e il buon senso.
Insomma, la teatralizzazione seppure insincera della benevolenza, quale apprezzabilità formale, svolgeva una certa funzione di ingentilimento politico, contenendo i peggiori eccessi di violenza barbarica. Le spudorate mire petrolifere (anticinesi) su Venezuela e Groenlandia di Trump, la pulizia etnica palestinese a Gaza di Netanyahu, per istinto di sopravvivenza criminale del politicante.
Mentre ieri Putin, feroce assassino di oppositori (ricordiamo Anna Politkovskaja ammazzata a rivoltellate o i dissidenti fatti fuori a mezzo polonio?), sentiva l’esigenza di motivare la “operazione speciale” contro Kiev come crociata a difesa delle minoranze russofone minacciate dal sovranismo ucraino; Bush junior aveva bisogno di giustificare la sua lotta scentrata al terrorismo post 11 settembre sventolando inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq.
Una blanda deterrenza a mezzo apprezzabilità estetica delle maniere promosse da istituzioni internazionali come fossero un club per anime belle, con in testa le Nazioni Unite e l’Unione Europea, promotrici e custodi di un diritto internazionale con capacità regolative solo in quanto rivestimento giuridico degli interessi al centro del sistema-mondo. Negli ultimi tre secoli la potenza vincente nel corso delle transizioni egemoniche: da Amsterdam a Londra; poi a New York/Washington per tutto il lungo Novecento. Un equilibrio sistemico andato in pezzi alle prime avvisaglie di fine del secolo americano, che non lascia intravvedere successioni in atto.
Mentre la potenza dominante in declino sconvolge lo scenario post-globalizzazione (quella globalizzazione autolesionista che ha minato a mezzo finanziarizzazione e de-industrializzazione la primazia stelle-e-strisce) con i suoi colpi di coda a casaccio. Eleggendo un presidente molto impudico quanto del tutto privo di buon senso, che può solo accelerare – al tempo stesso – l’ingovernabilità del mondo e il crollo del suo regime plutocratico, nato coloniale (e colonialista).
Sono proprio i colpi di coda dell’egemonia morente che, con le loro interdipendenze causali, sanciscono la cancellazione delle condizioni per coltivare il buon senso e il pudore di cui si diceva. Sul fronte dei modelli di rappresentazione e su quello materiale.
Pensiamo a quanto denunciava tempo fa Marco D’Eramo: “l’offuscarsi della chiarezza, più precisamente del nitore di cosa vuol dire dissentire”. Constatazione da mettere direttamente in relazione con l’attuale concentrazione di potere nel combinato economico-tecnologico (conoscenza e ricerca, i brevetti connessi alle tecnologie di Ia dominati da una manciata di piattaforme digitali statunitensi e cinesi). Il cui effetto dirompente è l’acquisto all’incanto del ruolo della politica quale funzione di controllo e governo dei processi collettivi; nel riferimento (ipocrita, in non trascurabile misura) all’interesse generale. La democrazia rappresentativa (e dell’alternanza) come meccanismo integrativo dei conflitti, da depotenziare della distruttività attraverso la loro simbolizzazione nel discorso pubblico.
Un trend che si direbbe suonare a ineluttabile fine dell’assetto irrinunciabile a Occidente: il pactum societatis come promessa di una crescente, seppur graduale, integrazione del popolo nella cittadinanza. Quel compromesso storico che è stato denunciato nell’ultimo quarto del secolo scorso e che ora assume l’aspetto devastante-destabilizzante della diseguaglianza e della marginalizzazione nell’area centrale della società, trasformata in contenitore della proletarizzazione di massa.
Per comodità analitica possiamo simboleggiare l’ascesa irresistibile della brutalità con il trumpismo; senza dimenticare il codazzo che l’accompagna di servi volontari, a cui si sono ridotti i leader occidentali assumendo posture umilianti davanti al re folle. Per cui a Davos è apparso uno squarcio di verità il commento del nuovo primo ministro canadese Mark Carney: “se non sei al tavolo, sei nel menu”. E probabilmente non è casuale che a smascherare la brutalità sia proprio un politico proveniente dalla corporazione che della douce ipocrisia ha fatto una bandiera: quella dei banchieri.