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Ultimo aggiornamento: 14:11

Scontri a Torino, Tosi invoca la risposta armata: “Nei paesi normali la polizia spara sui violenti”. Polemica con Sabella. Su La7

L'ex leghista attacca i magistrati e legittima la repressione armata delle manifestazioni. Lo sconcerto di Sabella: “Mi sento a disagio"
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Acceso confronto a Tagadà (La7) tra il magistrato Alfonso Sabella e l’europarlamentare di Forza Italia Flavio Tosi sugli scontri di Torino e sul pacchetto sicurezza del governo Meloni.
L’ex sindaco di Verona, già esponente della Lega, invoca il pugno duro da parte delle forze dell’ordine e infila nello stesso discorso ordine pubblico, delegittimazione dei magistrati e referendum sulla separazione delle carriere, riproponendo una miscela polemica ormai abituale nel centrodestra: “Nei paesi occidentali le forze d’ordine locali possono usare qualsiasi strumento contro i manifestanti violenti. Questa gente va menata e caricata pesantemente. E se poi usa le maniere che abbiamo visto a Torino, le forze dell’ordine sparano anche“.
E aggiunge: “Da noi non è possibile perché ci sono alcuni colleghi del magistrato che è seduto lì in studio che, piuttosto che processare i delinquenti, processano poliziotti e carabinieri. E qui torna il tema dello scudo penale per le forze dell’ordine: in un paese normale non si procederebbe mai contro poliziotti e carabinieri, a differenza di quanto avviene in Italia. E il referendum sulla separazione delle carriere, tanto temuto dalle procure, dal Csm e da chi vuole politicizzare la giustizia, va in questa direzione”.

Visibilmente sbigottito, Sabella replica con toni preoccupati, citando anche la proposta di Matteo Salvini per una estensione del fermo preventivo a 48 ore: “Sinceramente mi sembra di vivere in un mondo dissociato. Sento addirittura che si vuole autorizzare le forze di polizia ad aprire il fuoco contro i manifestanti. Si parla di fermo preventivo e di privare le persone della loro libertà personale per due giorni. Non so, allora sono nato in un altro paese. Mi sento davvero a disagio, questo non è il mio paese“.
Tosi controbatte: “Non è che spari ad alzo zero sui manifestanti che sfilano pacificamente o su qualcuno che ha delle intemperanze con un fumogeno. Quando vedi dei delinquenti che linciano in poliziotto, gli puoi sparare. Nei paesi normali occidentali, dove c’è una magistratura diversa dalla nostra, lo fanno e nessuno eccepisce“.

Sabella insorge: “Non abbiamo notizie di stragi di M12 a raffica contro i manifestanti in Spagna, Francia e Germania. Ripeto, mi sembra di vivere in un mondo dissociato”.
A sostegno della propria tesi, Tosi cita la Danimarca, ma in modo totalmente impreciso: “Qualche anno fa a Christiania, quartiere di Copenaghen, ci fu una manifestazione analoga e le forze dell’ordine tirarono sui manifestanti, perché si comportavano come abbiamo visto a Torino. E là nessuno è finito processato – rincara – perché, nel momento in cui agisci per difendere un tuo collega, hai diritto a doverlo fare senza finire sotto processo come succede in Italia. Ma, del resto, lei ragiona come molti suoi colleghi”.
“E sono orgoglioso di fare così”, chiosa Sabella.

In realtà, l’episodio richiamato dall’ex sindaco di Verona non ha riscontro nei fatti. A Christiania, l’area autonoma di Copenaghen nota per la sua storia di occupazione e per i problemi cronici legati allo spaccio di droga in Pusher Street, non risulta alcun episodio recente in cui la polizia danese abbia aperto il fuoco contro manifestanti durante una protesta violenta. Gli interventi delle forze dell’ordine si sono limitati all’uso di lacrimogeni e agli arresti: gli spari sono avvenuti esclusivamente in contesti di legittima difesa contro individui armati, nel quadro di scontri tra gang criminali, mai contro manifestanti.
L’unico precedente vagamente assimilabile, e probabilmente all’origine della confusione, risale al maggio 1993 nel vicino quartiere di Nørrebro, durante i disordini seguiti al referendum sul Trattato di Maastricht: in quell’occasione la polizia danese sparò proiettili veri, ferendo undici manifestanti, per proteggere un agente in grave pericolo. Un caso isolato, avvenuto oltre trent’anni fa, in un contesto del tutto diverso e non collegato a Christiania.

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