Ha scoperchiato la ‘pornografia sociale’: difficile non empatizzare con Fabrizio Corona
Pornografia significa rappresentazione (graphé) di una situazione in cui una o più persone si vendono (pórne). In senso più specifico: persone che si prostituiscono, ossia vendono il proprio corpo per dare piacere a chi è disposto a ricambiare, con denaro o altro.
Non è mia intenzione operare un banale esercizio di etimologia, magari inutile per la maggior parte di coloro che leggono, bensì di sottolineare un concetto implicito nel termine pornografia. Il concetto implicito è questo: non c’entra tanto il corpo, il sesso, lo scandalo e l’eventuale oscenità delle questioni rappresentate – qui saremmo nel campo dell’etica e della sensibilità individuale – quanto piuttosto che corpo e sessualità diventano strumenti per il potere e il lavoro, e qui siamo nel campo della giustizia ed eventualmente della legge.
Mi spiego con un esempio: una persona che usufruisce di materiale pornografico e una che lavora nel settore, pur trattandosi di una questione riguardante la vendita e l’acquisto di materiali legati al corpo, non sono e non possono essere oggetto di iniziative e giudizi legati alla giustizia o, meno ancora, alla legge. In un paese civile, dove non si vuole lasciare il settore in mano alla criminalità o comunque all’anarchia, dovrebbe essere così anche per la prostituzione, al netto di varie regolamentazioni (fiscale, igienica, di luoghi deputati etc.), ma questo discorso specifico ci porterebbe lontano e quindi non lo approfondisco. Le questioni legate al “piacere” (cercato o procurato), insomma, possono dividere sul piano dell’opinione personale, ma quando si tratta di adulti consenzienti non dovrebbe riguardare altri ambiti.
Invece, una persona che lavora per esempio nel mondo dello spettacolo – ma anche in un’Università, in un ufficio, che in generale ricopre una posizione di potere – e per selezionare il personale da acquisire richiede delle prestazioni sessuali, dovrebbe essere fatta oggetto di azioni legali. Lo stesso discorso dovrebbe valere per coloro che usano il proprio corpo per ottenere dei posti che per legge dovrebbero essere assegnati in base a selezioni ufficiali, concorsi puliti etc. Qui entrano in gioco questioni di potere, mercimonio e acquisizione di posti di lavoro ottenuta illegalmente. In questo caso il “piacere” è un dato accessorio, perché a dettare le regole del gioco sono il potere e il lavoro.
In entrambi i casi c’entra il denaro, questo è vero, e rimarca una condizione, quella umana, in cui l’interesse egoistico prevale sempre e di gran lunga sulle questioni etiche e morali.
Ma il denaro che intercorre fra chi cerca a vario titolo il piacere e chi, sempre a vario titolo, decide di procurarlo con il proprio corpo è una questione che riguarda esclusivamente loro due, che può essere soggetta al giudizio morale individuale ma nulla di più.
Invece la seconda situazione – quella che oggi viene rappresentata dal caso Signorini e da ciò che è stato chiamato da Fabrizio Corona “il sistema Mediaset” – al netto del fatto che sarà appunto la magistratura (quindi la giustizia) a stabilire reati o meno – scoperchia un danno sociale gravissimo. Quello di una società in cui il merito è ignorato, in cui il potente di turno piazza persone nei posti di lavoro in maniera arbitraria e in cui le regole che dovrebbero valere per tutti sono sistematicamente ignorate da alcuni a beneficio di altri.
Un paese che funziona in questo modo è destinato alla rovina graduale, e lo vediamo dai troppi giovani che fuggono all’estero, da una scuola e un’università sempre più degradate, da una cultura e le sue figure di riferimento che è sempre più incultura, da professionisti sempre più impreparati, dai terreni che smottano, i ponti che crollano, gli ospedali che collassano etc. (l’elenco sarebbe lunghissimo). Ma lo vediamo anche da una televisione e da un sistema informativo che per larga parte sono gestiti da incompetenti o compiacenti il potere (spesso le due cose coincidono…), da persone che sanno scrivere e parlare a malapena, con programmi inguardabili, dai contenuti miseri e degradanti.
Insomma, a queste condizioni e con tutti i limiti del caso e del personaggio, è difficile non empatizzare con Fabrizio Corona e assumerlo a guisa di un paladino sguaiato della verità, seppure a fini economici. Uno che scoperchia la pornografia sociale di cui il mondo dello spettacolo rischia di essere un’epitome. Ma è difficile anche non solidarizzare con gli operatori del porno che protestano contro la “tassa etica” , un obbrobrio moralistico che questo governo ha istituito per far pagare loro il 25% in più su Irpef e Iref, quindi non per diminuire la fruizione di materiale sessuale, ma per fare cassa dietro indecorosi pretesti etici.
Senza contare che, in base a quanto detto sopra, uno Stato serio e autorevole dovrebbe occuparsi di giustizia e legge, non di etica. Gli Stati che hanno preteso di legiferare in quel campo sono quelli che hanno strabordato nel dispotismo e nel totalitarismo.
Invece in Italia, come accade da troppo tempo, si persegue la pornografia del piacere lecito, salvo proteggere la pornografia del potere illecito.