A trent’anni dall’incendio, il teatro La Fenice di Venezia resta un faro di vivacità artistica
La ferita più profonda del tessuto urbano e culturale di Venezia degli ultimi decenni, ovvero l’incendio del suo più grande teatro, compie 30 anni: infatti il 29 gennaio 1996 mentre La Fenice era chiusa per lavori di manutenzione, un incendio doloso l’ha avvolta completamente, divorando platea, palchi e soffitto, lasciando solo le mura perimetrali in piedi e gettando nel dolore la città e il mondo musicale internazionale.
La causa del rogo si rivelò ben presto umana, non accidentale: due elettricisti, Enrico Carella e Massimiliano Marchetti, verranno accusati di aver appiccato il fuoco per evitare penali dovute ai ritardi nei lavori di restauro. L’inchiesta guidata dal magistrato Felice Casson mise in luce una catena di superficialità e negligenze che facilitarono la distruzione, inclusa la disattivazione degli allarmi e la mancanza di acqua nei rii circostanti per i vigili del fuoco.
Il processo si concluse con la condanna in via definitiva dei due responsabili, mentre la città affrontò la complessa sfida della ricostruzione. Seguendo lo slogan “com’era, dov’era”, ispirato alla ricostruzione del campanile di San Marco, Venezia e l’Italia decisero di restituire al mondo il suo teatro più simbolico. Sotto la direzione dell’architetto Aldo Rossi e con l’instancabile lavoro di centinaia di artigiani, il teatro venne quindi ricostruito in stile ottocentesco, con materiali e tecniche che richiamavano l’originale. Il nuovo edificio riaprì al pubblico il 14 dicembre 2003 con un concerto inaugurale affidato a Riccardo Muti, mentre la prima opera messa in scena fu La traviata.
La storia del Gran Teatro La Fenice di Venezia è una di quelle storie italiane in cui mito e realtà si intrecciano con la stessa intensità delle grandi opere che ivi vennero rappresentate. Inaugurato il 16 maggio 1792 in occasione della Festa della Sensa, La Fenice nacque da un desiderio collettivo di riscatto: dopo la perdita del Teatro San Benedetto, devastato da un incendio nel 1774, la Nobile Società dei Palchettisti volle erigere un nuovo teatro che fosse simbolo di splendore, apertura culturale e vitalità musicale. Progettato da Giannantonio Selva in stile neoclassico e collocato nel sestiere di San Marco, il teatro si impose fin da subito come uno dei centri nevralgici della vita lirica europea.
Nel corso dell’Ottocento La Fenice diventa teatro di prim’ordine degno dell’insigne tradizione musicale della città lagunare, predestinato alla presentazione di prime assolute che avrebbero segnato la storia dell’opera italiana. Qui Gioachino Rossini, ancora giovanissimo, ebbe modo di sperimentare e innovare: Tancredi nel 1813, con la sua struttura fluida e virtuosistica, e Semiramide nel 1823, estremo compendio della sua arte melodrammatica, sono soltanto gli esempi più celebri di un rapporto intenso e fecondo fra compositore e scena veneziana.
La Fenice è anche teatro privilegiato per l’ascesa di Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti: opere come I Capuleti e i Montecchi (1830) e Beatrice di Tenda (1833) consolidano la voce poetica di Bellini in un teatro che ama l’introspezione lirica, mentre Donizetti porta qui titoli quali Belisario, Pia de’ Tolomei e Maria de Rudenz, contribuendo a definire i contorni di un melodramma che mescola virtuosismo, dolore e teatralità.
Ma è con Giuseppe Verdi che la Fenice vive alcuni dei suoi momenti più memorabili. Tra il 1844 e il 1857 il genio di Busseto presenta in laguna ben cinque prime assolute: Ernani nel 1844, segnato da una drammaticità vitale che riflette gli ideali risorgimentali; Attila nel 1846, la cui potenza scenica e sinfonica ribadisce la nuova strada di Verdi tra eroismo e intensità psicologica; Rigoletto nel 1851; La traviata nel 1853, che con il suo personaggio femminile moderno e vulnerabile divise inizialmente il pubblico veneziano per poi imporsi come uno dei capolavori immortali dell’intero repertorio; e Simon Boccanegra nel 1857.
È interessante osservare come La Fenice, pur costantemente immersa nella tradizione italiana, non si limiti a un repertorio “nazionale”. Già alla fine dell’Ottocento e poi nel Novecento il teatro veneziano si apre alle sperimentazioni europee che segnano l’evoluzione dell’opera come forma d’arte. Nel 1951, al culmine del suo ruolo internazionale, La Fenice ospita la prima mondiale di The Rake’s Progress di Igor Stravinskij, opera neoclassica che riflette con intelligenza critica la tradizione operistica entro un linguaggio moderno.
Tre anni dopo, nel 1954, il teatro presenta The Turn of the Screw di Benjamin Britten, intenso dramma psicologico che spinge la forma operistica verso nuove profondità espressive. Altre prime novecentesche includono lavori di Sergej Prokof’ev, il suo meraviglioso L’angelo di fuoco ebbe battesimo in laguna nel 1955, così come opere di Luigi Nono, Mauricio Kagel, Adriano Guarnieri e Luca Mosca, segnarono la vocazione della Fenice come ponte fra tradizione e avanguardia.
Questa storia di splendore artistico, tuttavia, è stata più volte segnata da roghi che sembrano riproporre, in modo drammatico, il simbolo stesso del teatro: la fenice, l’uccello mitologico che rinasce sempre dalle proprie ceneri. Già nel 1836 un incendio distrusse l’edificio, che fu ricostruito in tempi rapidissimi e riaperto a dicembre dello stesso anno, ornato secondo lo stile contemporaneo ma mantenendo intatto il suo ruolo di riferimento culturale. Oggi La Fenice continua a essere non solo un luogo di memoria ma una fucina viva di produzione musicale, con oltre cento recite all’anno, stagioni sinfoniche di grande spessore e una scena operistica che dialoga con il presente senza dimenticare il proprio glorioso passato.
In un mondo in cui l’opera può sembrare corpo distante dai gusti contemporanei, La Fenice rimane un faro di vivacità artistica, capace di guardare avanti restando profondamente radicata nella storia che l’ha vista nascere, bruciare e rinascere mille volte come il simbolo che porta nel nome.