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Prima il ciclone poi la frana di Niscemi: la natura smentisce le bugie della destra

Non si possono fare politiche ignorando la scienza. Ci sarà la solita passerella, si stanzieranno fondi che non bastano, e i territori saranno abbandonati. Fino al prossimo dramma
Prima il ciclone poi la frana di Niscemi: la natura smentisce le bugie della destra
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C’è un grande assente nel dibattito pubblico ormai da mesi, anzi di più. Il tema della crisi climatica, unito a quello della messa in protezione del nostro territorio (adattamento). Non se ne parla perché per la destra è un tema tabù. Qualcosa di assurdo, come se potessero essere tabù, che so, l’esistenza delle patologie tumorali o fatti scientifici sui quali dovrebbe esserci solo convergenza. E invece no: i due principali giornali della destra sono negazionisti climatici “puri”, e nessuno alza un dito per dire qualcosa. La premier e i suoi ministri non utilizzano né la parola clima né quella di crisi climatica, una evidenza scientifica completamente sottaciuta e trattata con fastidio. Di nuovo, come se si provasse fastidio a parlare, che so, di tempeste solari.

Per fortuna, anche se non è questa l’espressione giusta ovviamente, la natura ha pensato da sola a smentire la marea di bugie su clima e adattamento delle destre. Prima il ciclone Harry, con almeno un miliardo di danni, poi la frana di Niscemi hanno ricordato con esistenza due verità. Che la crisi climatica esiste, che il riscaldamento dei mari rischia di provocare cicloni sempre più potenti contro i quali non siamo preparati. E che la messa in sicurezza del territorio, a partire da quello siciliano, è una delle cose più urgenti che ci siano.

Di fatto, si spera, gli ultimi accadimenti probabilmente sentenziano la fine del Ponte sullo Stretto. E d’altronde, i conti sono presto fatti. Quelli che sono nel partito che grida ai costi del green, come il ministro Musumeci, ora urlano che servono soldi, perché la natura “presenta sempre il conto”. Un’affermazione un po’ rozza, ma che almeno in soldoni segnala un problema che nei palazzi dei ministri viene quasi del tutto ignorato.

Il problema è che senza prevenzione e senza cultura scientifica non si può agire davvero, né a monte, come si dovrebbe, né a valle. Perché anche per sanare, per ricostruire, ci vuole consapevolezza di ciò che sta accadendo, dei fatti e della scienza dei fatti (e del clima). Come si può ad esempio ricostruire e cercare di adattare un territorio ai nuovi fenomeni estremi, se non si conosce ciò di cui sta parlando?

Magari si ricostruirà senza però tenere conto del fatto che i fenomeni potrebbero, in base alle previsioni scientifiche, aumentare ancor più di potenza e dunque quell’adattamento, e qui soldi spesi, sarebbe inutile. Insomma, pure quando sembra che l’immediatezza sia spalare fango, bisogna sempre ricordare che l’immediatezza dovrebbe essere la prevenzione e una cultura scientifica che analizza i fenomeni, li spieghi e indichi le misure di reale adattamento e contrasto alla crisi climatica.

L’assenza di questa cultura scientifica al governo è diventata ormai lancinante. Come da sempre va dicendo lo scienziato Antonello Pasini, ci vorrebbe un comitato scientifico sul clima, sull’adattamento e la mitigazione, che la politica dovrebbe consultare. Non si possono fare politiche ignorando la scienza e questo vale per tutti gli ambiti, come per la salute, ma a maggior ragione quando i cicloni devastano il territorio italiano e le frane creano sfollati e famiglie sul lastrico. Invece ci sarà la solita passerella, si stanzieranno fondi che non bastano, e i territori saranno abbandonati a loro stessi. Fino al prossimo episodio, fino al prossimo dramma.

Come cittadini non possiamo molto, perché il governo e la cura del territorio lo fanno le istituzioni. Dobbiamo però diventare più consapevoli dei rischi che corriamo nella zona in cui viviamo. Delle criticità, delle emergenze. Perché purtroppo solo una viva e radicale protesta dal basso potrebbe smuovere le istituzioni. Ci vorrebbe ad esempio ora un’immensa manifestazione di piazza, o tantissime piazze, per chiedere che i soldi del Ponte vengano dirottati sulla cura del territorio. Ci vorrebbero anche proteste locali, richieste di messa in sicurezza. È faticoso, è difficile.

Ma se le amministrazioni locali e nazionali non fanno nulla, meglio cominciare almeno con forza a chiedere di essere protetti. A chiedere di ascoltare la scienza. A chiedere soprattutto di smetterla con un immobilismo insopportabile e antiscientifico che causa drammi e lutti. E sempre più li causerà nei prossimi anni.

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