C’è un’altra storia, silenziata, di chi protesta al passaggio dei tedofori. Lo sport non narcotizza l’indignazione
L’entusiasmo divampa per le strade d’Italia, decine di migliaia di persone riempiono le piazze e applaudono la fiamma olimpica, portata su e giù per lo stivale da 10.001 tedofori. È l’apoteosi a cinque cerchi, sapientemente esaltata dalla grancassa massmediologica che ad ogni angolo della nazione fa risuonare le stesse parole d’ordine: appuntamento con la storia, evento unico, emozione collettiva, brividi e pelle d’oca, ricordi del passato e presagi di future medaglie, valori dello sport, unità, comunità, spirito di squadra…
Sembra davvero che tutta l’Italia si sia messa in marcia dietro il simbolo del fuoco di Atene, per raggiungere Cortina, Milano, Anterselva, Tesero, Predazzo, Bormio, Livigno e Verona, venue di gara o sedi delle cerimonie dei XXV Giochi Invernali. A leggere i giornali e ad ascoltare i servizi televisivi, che riprendono l’entusiasmo di Fondazione Milano Cortina 2026, l’Italia si è trasformata in una gigantesca camminata alla Forrest Gump. Almeno ci hanno risparmiato la retorica dello “Spirito italiano vibrante e dinamico”, brand che pare scomparso dai radar degli organizzatori dopo il disvelamento della maldestra scopiazzatura del “Manifesto degli intellettuali fascisti” risalente all’aprile 1925.
Cronache minime provenienti dalle stesse città e piazze raccontano però anche un’altra storia, silenziata, messa in un angolo, sottaciuta, forse perché è stata interpretata nel rispetto, nel bisbiglio, nelle sole parole di dissenso, nello sventolio delle bandiere della Palestina, senza un incidente, un vetro rotto, una sassaiola. Non fosse stato così, si sarebbe scatenata la caccia al sovversivo. È l’Italia che guarda all’emozione dello sport con rispetto, ma anche con il disincanto e l’esercizio della critica che i tempi moderni impongono. È l’Italia che, al di là della sovrastruttura dell’agonismo, non dimentica la realtà drammatica delle zone di guerra, sente le urla di dolore dei feriti, continua a contare i morti, si confronta con il dramma dei popoli negati. Ed è per questo che chiede pace universale, giustizia, trasparenza e rispetto dei diritti umani.
A Trieste le forze dell’ordine avevano uno spiegamento massiccio, ma non hanno dovuto entrare in azione. A Pordenone il sindaco aveva detto “non accetto che una giornata così importante venga rovinata da ideologismi e strumentalizzazioni”, invece i ragazzi ProPal si sono mossi con leggerezza, dando vita a una contestazione dolce. A Pavia il presidio ha invocato giustizia. A Padova rispetto per l’ambiente sfregiato dalle opere olimpiche. A Catania è stata denunciata l’industria bellica, che è perfino nell’elenco degli sponsor. A Torino si è lamentata la disuguaglianza che consente agli atleti israeliani di gareggiare. Altrove si è affermato che “i popoli non si cancellano con il genocidio” e che “durante le Olimpiadi si gioca, mentre altrove si continua a morire”.
Come può l’emozione centrata sullo sport narcotizzante e cieco, andare d’accordo con l’indignazione che non chiude gli occhi nemmeno nei giorni di Olimpia, tantopiù non accompagnati da una reale, seppure temporanea, tregua universale? Infatti, non vanno d’accordo, restano espressioni divergenti, sensibilità inconciliabili che appartengono a mondi diversi. Eppure un punto d’incontro ci sarebbe, anzi è proprio l’elaborazione da cui sono nate le Olimpiadi e da cui scaturiscono, motivatamente, le contestazioni e le accuse di ipocrisia politica. Basterebbe rileggere i principi fondamentali della Carta Olimpica, purtroppo resi muti da questi tempi drammatici e senza regole.
“L’Olimpismo si basa sulla responsabilità sociale e sul rispetto dei diritti umani riconosciuti internazionalmente e sui principi etici fondamentali e universali. L’Olimpismo si propone di creare uno sviluppo armonico dell’essere umano, con il fine di favorire l’istituzione di una società pacifica e impegnata nel mantenimento della dignità umana. Il godimento dei diritti e delle libertà sanciti nella presente Carta Olimpica deve essere garantito senza alcuna discriminazione, sia essa basata su razza, colore, sesso, orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di altro tipo, origine nazionale o sociale, ricchezza, nascita o altra condizione”.
Parole che sembrano paracadutate da un’altra galassia dentro un mondo in via di esplosione e di estinzione. Una medaglia olimpica, un inno nazionale, l’accensione di una fiamma che fa venire i lucciconi, o l’affabulazione pubblica non bastano a riconciliare l’uomo con i suoi buoni propositi platealmente rinnegati.