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Con la separazione delle carriere il pm andrà incontro a un conflitto di interessi: a rimetterci, la ricerca della verità

La deriva verso la creazione di "superpoliziotti togati" - per usare un'espressione tanto evocativa quanto chiara - è molto probabile
Con la separazione delle carriere il pm andrà incontro a un conflitto di interessi: a rimetterci, la ricerca della verità
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di Angelo Palazzolo

L’idea che la giustizia sia uno scontro tra accusa e difesa è profondamente errata. Soprattutto in ambito penale, non si dovrebbe trattare di “vincere” o “perdere”, ma di accertare i fatti, tutelare i diritti di tutte le parti e assicurare che la decisione finale sia fondata sulla legge e sulle prove.

Per chi ha una concezione della Giustizia che va oltre il confronto sportivo, la Giustizia è una sola: è la ricerca imparziale della verità nel rispetto delle garanzie. Infatti, per quanto le ragioni di accusa e difesa siano chiaramente diverse, idealmente perseguono il medesimo scopo: mettere il giudice in condizione di valutare il fenomeno (la res iudicanda, direbbero i giuristi) osservandolo da punti di vista differenti.

Nell’attuale dibattito pubblico sul Referendum Giustizia, ciò che mi stupisce maggiormente è la posizione di alcuni garantisti che si schierano a favore del sì. A mio parere, non c’è nulla che possa garantire maggiormente un indagato se non essere sottoposto all’azione di un pm che sia stato formato alla cultura della giustizia e che sia stato educato a ricercare la verità, insomma che sia cresciuto nello stesso humus di un giudice. Questo è esattamente quello che avviene nel nostro Paese a legislazione vigente.

Se dovesse vincere il sì, la ricerca della verità – che attualmente rappresenta l’obiettivo comune di pubblici ministeri e giudici – rimarrà prerogativa dei giudici, mentre i pm diventeranno paragonabili ad avvocati dell’accusa, non saranno più incentivati a ricercare la verità sostanziale dei fatti senza ansie da prestazione, perché il loro obiettivo sarà orientato a provare la colpevolezza dell’imputato. Non si vuole sostenere che il pm agirà fuori dal perimetro legale, diventando un mascalzone pronto ad inquinare le prove pur di far condannare un imputato, ma è verosimile che sarà maggiormente incentivato ad indirizzare la “verità processuale” pro domo sua, anche se questo significherà allontanarla dalla “verità storica”. Soprattutto se – come previsto da questa riforma – si smantella l’attuale Csm e, al suo posto, si istituiscono due Csm separati (uno dedicato ai pubblici ministeri e l’altro ai giudici) e un’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari.

Il Csm dedicato ai pm, tra i propri compiti, avrà anche quello di valutare la performance dei pubblici ministeri. In base a quale criterio sarà fatta questa valutazione, se non anche alla loro capacità di vincere questa malsana partita tra accusa e difesa?

In altre parole, se il magistrato requirente, specularmente all’avvocato difensivo, viene valutato dalla sua capacità di far condannare gli imputati, allora è prevedibile che la raccolta delle prove sarà più selettiva e, in generale, tutta la direzione dell’indagine sarà orientata ad un fine specifico (quello dell’accusa) e non all’obiettivo comune di perseguire la giustizia. La deriva verso la creazione di “superpoliziotti togati” – per usare un’espressione tanto evocativa quanto chiara – è molto probabile.

L’operato imparziale del pm che – grazie alla carriera condivisa con i giudici – ha una forma mentis educata alla ricerca della giustizia e non riceve alcun nocumento dall’eventuale assoluzione dell’imputato, oggi è garanzia per tutti noi, ma domani? Se vincesse il sì, i cittadini privi di mezzi economici sufficienti per ricorrere a studi legali di prestigio o ad avvocati costosi, domani si troverebbero in aula con un avvocato d’ufficio (magari malpagato e maldisposto) che li difende e un super poliziotto togato che li accusa. È questa la nostra idea di giustizia?

Nella professione dei pubblici ministeri insorgerà un conflitto di interesse che oggi non esiste, perché attualmente l’interesse di magistrati requirenti e giudicanti è identico: la ricerca della verità. È un interesse nobile e degno di tutela, perché a vantaggio dell’intera collettività e argine ad una giustizia di classe.

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