La Turchia chiede di entrare nell’alleanza militare tra Pakistan e Arabia Saudita: è la nascita di una Nato islamica?
Avevo scritto sul mio blog, lo scorso settembre, che l’accordo di difesa firmato tra Arabia Saudita e Pakistan non era una notizia qualsiasi. Allora molti lo liquidarono come l’ennesimo patto regionale destinato a restare sulla carta. Oggi, con la Turchia pronta a entrare nell’intesa, mi sento di dire che non era un’esagerazione parlare di qualcosa di “storico”. Anzi: forse siamo davanti alla nascita di una sorta di Nato islamica. Un’espressione forte, lo so, ma sempre più difficile da ignorare.
Partiamo dai fatti. Islamabad e Riad hanno firmato un patto di mutua assistenza militare: se uno dei due viene attaccato, l’altro interviene. Un meccanismo semplice, diretto, che ricorda da vicino l’Articolo 5 della Nato. Ora Ankara è impegnata in negoziati avanzati per aderire formalmente a questo schema. Se l’accordo andrà in porto, non parleremo più solo di cooperazione bilaterale o di esercitazioni congiunte, ma di un vero pilastro di sicurezza tra Medio Oriente e Asia meridionale.
La cosa che colpisce di più, a mio avviso, è il profilo dei protagonisti. La Turchia non è un Paese qualunque, è membro della Nato, ha il secondo esercito più grande dell’Alleanza dopo quello statunitense e negli ultimi anni ha dimostrato di saper usare lo strumento militare con decisione, dalla Siria al Caucaso. Vederla guardare altrove, o quantomeno affiancare alla Nato un nuovo ombrello di sicurezza, dovrebbe far riflettere più di una cancelleria occidentale.
Perché Ankara lo fa? Io credo che la risposta stia in una parola che si sente sempre più spesso, anche se pochi la pronunciano apertamente: sfiducia. Sfiducia nell’impegno americano, nella prevedibilità di Washington, nella capacità della Nato di restare davvero coesa in un mondo che cambia. Non è un caso se questo avvicinamento avviene mentre gli Stati Uniti appaiono concentrati su altro e l’Europa fatica a parlare con una sola voce.
Arabia Saudita e Pakistan, dal canto loro, non si muovono per ideologia, ma per calcolo. Riad porta soldi e influenza, Islamabad porta qualcosa di ben più pesante: l’arma nucleare, i missili, un esercito numeroso e abituato a vivere in uno stato di tensione permanente. La Turchia aggiunge esperienza operativa e un’industria della difesa che cresce a vista d’occhio. Messa così, l’alleanza non è solo simbolica: è concreta, credibile, potenzialmente deterrente.
E qui, vi ricordo, c’è un elemento che spiega bene perché il Pakistan sia diventato così centrale agli occhi di Arabia Saudita e Turchia: la sua credibilità militare nel confronto con l’India. Islamabad ha costruito negli anni una deterrenza solida, fatta di forze armate esperte, missili e capacità nucleare, dimostrando nelle crisi con Nuova Delhi di saper reagire con rapidità e controllo. Questa postura ha rafforzato la percezione del Pakistan come attore affidabile e capace di reggere il confronto con una potenza regionale molto più grande. È una credibilità che pesa, e che rende Islamabad un partner di sicurezza appetibile per chi vuole costruire un’alleanza militare realmente efficace.
C’è poi un elemento che considero tutt’altro che secondario: il valore simbolico. Per anni Turchia e Arabia Saudita si sono guardate con sospetto, rivali nella leadership del mondo sunnita. Oggi sembrano aver deciso che la competizione lascia spazio alla cooperazione. Il primo incontro navale bilaterale, tenuto di recente ad Ankara, è un segnale chiaro. Quando i simboli cambiano, spesso la politica segue.
Qualcuno obietterà che i tre Paesi hanno interessi divergenti, che le differenze restano, che l’Iran è una variabile ingestibile. È vero. Ma è altrettanto vero che Ankara e Riad, pur diffidando di Teheran, sembrano preferire il dialogo allo scontro aperto. E condividono dossier cruciali: la Siria, la questione palestinese, la stabilità regionale. Non è poco, in un’area del mondo dove spesso basta una scintilla per accendere un incendio.
Sul versante asiatico, poi, il legame tra Turchia e Pakistan è già solido: navi, caccia, droni, cooperazione industriale. L’idea di coinvolgere entrambi nel programma Kaan, il caccia di nuova generazione turco, va letta come un investimento politico prima ancora che militare.
Il contesto, infine, è tutt’altro che rassicurante. Le tensioni tra India e Pakistan, l’instabilità afghana, le fratture mediorientali: tutto spinge verso nuove architetture di sicurezza. Quando le vecchie non bastano più, le nuove nascono quasi naturalmente.
E allora torno alla domanda iniziale, quella che molti preferiscono evitare: stiamo davvero assistendo alla nascita di una Nato islamica? Forse sì, forse no. Ma una cosa mi sembra certa: ignorare questo processo sarebbe un errore. Perché non è solo un’alleanza in più. È il segnale che il mondo sta cambiando assetto. E la vera domanda, a questo punto, è chi ha davvero compreso la portata di questo cambiamento.