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Bragagna: "Durante il doppio oro di Tamberi e Jacobs feci un errore" - 2/4

Dal primo gennaio la storica voce dell'atletica e dello sport italiano è in pensione. La sua intervista esclusiva al FattoQuotidiano.it: tanti aneddoti sulla sua carriera, da Fabrizio Mori nel 1999 al doppio oro di Jacobs e Tamberi nel 2021, fino al rapporto complicato con Schwazer
Bragagna: "Durante il doppio oro di Tamberi e Jacobs feci un errore" - 2/4
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Bragagna: “Durante il doppio oro di Tamberi e Jacobs feci un errore”

Quante discipline sportive ha commentato in carriera?
Sessanta.

Sessanta discipline e ciò che stupisce è la preparazione in ogni ambito, anche quelle più di nicchia. Qual è il segreto?
Io sono un personaggio di nicchia. Anche nel calcio – nella mia vita – mi sono innamorato di squadre piccole o medie. Il Parma di Scala, il Chievo. Mai tifato lo squadrone. Solo da bambino tifavo l’Inter di Herrera. Ma poi ho smesso subito, prima dei 10 anni, prima ancora che Herrera lasciasse l’Inter.

Per cui a me piace la nicchia, mi piacciono i piccoli. Less is more, no? Ho rinunciato a fare il telecronista dello sci alpino – ed era l’epoca di Tomba – perché mi sentivo più ferrato nello sci di fondo e con altre discipline invernali. Ho rinunciato anche al ciclismo che reputavo in quel momento troppo inquinato. Non che l’atletica non lo fosse, ma il ciclismo pensavo molto di più. Me lo chiese il direttore Giovanni Bruno e gli dissi “Scusami, le due stagioni atletica e ciclismo si sovrappongono”. “Eh, ma io ti chiedo il ciclismo al posto dell’atletica”, mi rispose. Il ciclismo mi è sempre piaciuto, ma l’aspetto del doping esagerato era difficile da raccontare e io dissi a Giovanni Bruno: “Tu sai come sono fatto, faccio fatica a far finta che una notizia non esista. Come posso fare bene il mio mestiere dovendo omettere delle notizie che io probabilmente potrei sapere?”, ci fu una pausa a telefono e poi mi rispose: “Vabbè, andiamo avanti così”.

Sono così: più è piccolo e più mi entusiasma, l’idea di promuovere Enrico Fabris che fa vincere all’Italia le prime medaglie prima ancora dei Giochi Olimpici è una cosa che mi stuzzica ancora a distanza di 20 anni. A me se c’è una cosa piccola piace di più.

Ha una disciplina sportiva preferita?
A me lo sport piace tutto. Poi se ha la targa olimpica ancora di più. C’è stato un periodo della mia vita in cui lo short track mi faceva impazzire. Non so se mi piacesse perché mi metteva alla prova, perché è mostruoso da commentare bene. Perché succede di tutto in poco tempo e devi essere bravo a raccontare tutto. Io sono molto veloce in questo. Una volta durante un corso interno – per una specie di graduatoria per l’indennità da radio-telecronista – dovevamo leggere facendo in modo che si comprendesse più velocemente possibile una frase qualsiasi di un libro. Io sono stato il primo e questa volta sì, me ne vanto, il secondo del corso è stato Stefano Bizzotto. E questo fatto della velocità di racconto mi ha sempre aiutato. E poi mi piace l’atletica, mi piace che accadano più cose contemporaneamente nello stesso posto. Per il resto mi piace tutto, da uno sport di velocità come lo short track a uno sport di ragionamento estremo quasi maniacale, come il curling, parlando di discipline invernali, o uno sport come il tiro a segno o a volo.

La telecronaca che le ha dato più emozioni?
La gara che considero come quella fatta meglio è stata la vittoria storica di Fabrizio Mori nel 1999 ai Mondiali di Siviglia nei 400 ostacoli. Bellissima. Per una serie di cose. In primis Fabrizio non era favorito, anche se intimamente pensavo potesse vincere. Secondo perché il giorno prima nelle semifinali era stato squalificato e poi riammesso. E poi perché i 400 ostacoli hanno una tempistica di racconto di una gara perfetto. Perché tu hai comunque un minimo di racconto prima e quella gara ha avuto un finale incredibile. Mori fece il rettilineo finale rimontando, quindi è stato ancora più esaltante.

E l’1 agosto 2021, giorno in cui Tamberi e Jacobs hanno vinto due ori in dieci minuti nel salto in alto e nei 100 metri?
Bellissimo, c’è quella cosa lì che succede quasi in contemporanea in 10 minuti. Un italiano che vince il salto in alto e subito dopo un altro trionfa nei 100. Io ero convinto che Jacobs salisse sul podio già dai quarti di finale. Chiaro che quello sia stato un grande momento per lo sport italiano ed è stato un grande momento di presentazione personale, perché c’è tutta la nazione che ti segue.

Quel giorno uno che ne sa di sport in maniera straordinaria – Stefano Bizzotto – è venuto da me, aveva capito qualcosa dai quarti di finale, mi ha guardato e mi ha detto “Eh!” E io ho fatto finta di niente e ho detto “Stefano, eh, cosa?” “Eh beh, insomma, ci siamo”. Ridacchiando, no? Con la consapevolezza che Jacobs potesse vincere. Per cui quella cosa lì rimarrà probabilmente nella storia, è il momento più alto della storia dell’atletica e della voce che lo raccontava.

Anche se lì sono meno felice di me stesso, nel senso che ho sbagliato una cosa e la dirò sempre. Mi sono rivolto all’entità superiore dicendo “Signore mio”. Volevo dire “signori miei”. Non puoi rivolgerti all’entità superiore, che tu ci creda o no, non puoi rivolgerti a Dio parlando di banali aspetti sportivi. Sono stato invece bravo a raccontare la staffetta. Ho capito a metà della terza frazione che avremmo vinto. Infatti ho detto “sta per succedere una cosa”. Un azzardo, perché il cambio con Tortu non fu perfetto. Io non sono uno che si scrive i finali e quella volta – dopo il 37,50 – dissi “37,50 non è febbre ma è febbrone da cavallo”.

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