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NBA Freestyle | Che succede a Paolo Banchero? Dall’All Star Game alle difficoltà: alcune percentuali sono imbarazzanti

Pensieri in libertà (con libertà di pensiero) | Il suo quarto anno sta effettivamente facendo sorgere non pochi dubbi sul valore effettivo del giocatore
NBA Freestyle | Che succede a Paolo Banchero? Dall’All Star Game alle difficoltà: alcune percentuali sono imbarazzanti
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Paolo Banchero, che succede?

Primi anni ’90. New Jersey. Un lungo di 2.06 gioca in ogni parte del campo. Va sotto canestro e usa il perno. Esce sulla linea da tre. Mette palla a terra. Serve i tagli dalla posizione di guardia. Si chiama Derrick Coleman, è stato uno dei precursori del ruolo di ala grande moderna. Talento spaziale. Prime stagioni trionfali (a livello individuale) con i New Jersey Nets. Addirittura, All Star Game nel 1994. Poi problemi fisici e il declino inaspettato. Un declino precoce. Gran peccato.

Il talento non basta. Ci vuole fortuna (leggi: essere liberi da infortuni). Bisogna trovarsi nella squadra giusta. Bisogna continuare a credere di poter migliorare anno dopo anno. Non è facile. Ecco perché LeBron è un “semidio”. Paolo Banchero, dopo le prime incoraggianti stagioni, deve evitare di intraprendere un percorso simile a quello dell’ex stella dei Nets. Il suo quarto anno sta effettivamente facendo sorgere non pochi dubbi sul valore effettivo del giocatore.

In campo, Banchero sembra estraniato dal gioco. Ci sono dei tratti della gara in cui agisce quasi da comprimario. Appare svogliato, non concentrato, quasi rassegnato in certe gare. Un linguaggio del corpo non da stella. D’altronde, le cifre sono lì, inequivocabili. L’efficienza al tiro è ai minimi da quando è nella NBA, nonostante i 20 punti di media. Da fuori, per dirne una, è regredito in maniera imbarazzante (25%).

Tanto che gli avversari hanno iniziato a distanziarsi per coprirsi dalle penetrazioni. E non è che dal campo faccia molto meglio (45%). Insomma, i mezzi ce li ha, è uno che palla in mano sa attaccare il canestro e ha gran feeling per il gioco. Dopo essere stato un All Star nel 2024, c’è da dire, questa situazione era l’ultima cosa che ci si poteva aspettare. Reagirà?

Zion Williamson: e quindi?

Fa sorridere quello che si legge in giro appena Zion Williamson piazza un paio di schiacciate ad effetto che diventano virali. Come quelle che ha fatto contro i Brooklyn Nets. Eccolo, è arrivato Zion. Guardate cosa può fare. Se gira la chiave, non lo ferma nessuno. Ogni anno, la stessa storia. Identica.

Figuratevi se schiacciare a canestro, per uno come Zion, è un problema. Si può portare il ferro a casa ogni partita. Figuratevi se, servito in situazioni dinamiche, con un minimo di vantaggio sull’angolo difensivo del difensore, Zion con quel fisico non possa fare un palleggio e scaraventarsi sopra ogni avversario indipendentemente dalle dimensioni. Ci si sorprende ancora per questo? Mah. In realtà sono altre le cose importanti.

Perché non si parla di come, a livello tecnico, sia lo stesso giocatore (se non peggio) che era all’Università? Nessun miglioramento nel palleggio, tiro da fuori inesistente, capacità di attaccare le difese da fermo ridicola. Perché non si parla di come i New Orleans Pelicans siano una barzelletta anno dopo anno? Al momento, sono i penultimi dell’intera lega come percentuale di vittore (23,3%).

Perché non si parla della sua svogliatezza in difesa? Vederlo andare in aiuto (anzi non andare in aiuto) sulle penetrazioni fa male allo spirito del gioco. Zion Williamson bisogna prenderlo per quello che è: un giocatore la cui voglia di diventare una vera stella è stata sopravvalutata.

Anthony Black sta crescendo

Bella sorpresa per gli Orlando Magic. Dopo le prime stagioni anonime, Anthony Black sta finalmente emergendo. Scelto alla numero sei nel Draft del 2023, Black si presentò all’NBA un po’ in sordina. Non era ancora pienamente maturo per il piano di sopra, anche perché veniva identificato come una sorta di playmaker, come portatore primario.

Invece, la giovane speranza di Orlando è più un’alaguardia che non eccelle nella gestione della sfera, ma che sa come dire la sua in penetrazione e in contropiede. Giocare in avvicinamento è il suo pane quotidiano, perché è rapido, fluido nei movimenti e ha una buona sensibilità di tocco nei pressi del ferro. Il tiro, invece, va necessariamente migliorato.

Ci deve lavorare di più (35% da tre), perché una maggiore precisione potrebbe essere il vero spartiacque tra un futuro da titolare fisso e un futuro da buon giocatore in uscita dalla panchina. Anche ai liberi (72,3%) non può definirsi una “certezza”. Sta segnando quasi 16 punti di media a partita. Niente male.

That’s all Folks!

Alla prossima settimana.

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