Il mondo FQ

Ti ricordi… Ferenc Deak, il “re dei bomber del secolo” che si ribellò al sistema ungherese

Iniziò da portiere, poi da attaccante segnò tantissimi gol ma rimase sempre nell'ombra perché non amava la retorica e non frequentava i salotti giusti
Ti ricordi… Ferenc Deak, il “re dei bomber del secolo” che si ribellò al sistema ungherese
Icona dei commenti Commenti

“Non puoi andare più in porta”, e così ti creo il “Re dei bomber del secolo“. È Ferenc Deak, attaccante ungherese nato il 16 gennaio del 1922 ad aver ricevuto quel premio, nel 1997 a Monaco. La sua famiglia gestisce un panificio nel distretto Ferencvaros di Budapest, lui aiuta e gioca a calcio: è un portiere, finché in uno scontro subisce un forte trauma cranico e la famiglia gli vieta di continuare a giocare a pallone.

L’ allenatore della sua squadra, lo Szentlőrinci AC, però riesce a trovare un compromesso: continuerà a giocare, ma non più in porta, e così non potendo più essere un portiere sceglie proprio il ruolo opposto, il nemico giurato della categoria, il centravanti. A 18 anni arriva in prima squadra e segna caterve di gol, anche grazie a uno stile di gioco un po’ sgraziato e goffo: lo chiamano “bamba”, in riferimento alla canna di bambù, perché se ne sta spesso a ciondolare a metà campo salvo poi scattare velocissimo col pallone nei paraggi. E in area di rigore diventa implacabile: ne segna sessantasei in una sola stagione, record tutt’ora in vigore che gli varrà il titolo conferitogli a Monaco nel 1997.

Passa al Ferencváros, la squadra del suo quartiere, quella del cuore e del pane, in tutti i sensi. È il 1947 e Deák sembra non conoscere limiti: gol a raffica, record su record, una media realizzativa irreale persino per un calcio che ancora non conosce difese organizzate come quelle moderne. Con la maglia verde-bianca diventa un’ossessione per i portieri avversari: segna in ogni modo, spesso senza nemmeno sembrare elegante, ma con un istinto primordiale che lo rende devastante negli ultimi sedici metri. Il pubblico lo adora, la stampa lo celebra, l’Ungheria ha trovato il suo cannoniere più prolifico.

Eppure, proprio quando tutto sembra apparecchiato per una carriera leggendaria e lineare, il destino – e la Storia – decidono di metterci lo zampino. Sarebbe sul punto di passare al Torino, pochi mesi prima di Superga ma il trasferimento non arriva. Resta nell’Ungheria del dopoguerra, un paese che cambia pelle sotto il peso del nuovo regime comunista, e Deák non è tipo da piegarsi facilmente. Non ama la retorica, non frequenta i salotti giusti, soprattutto non nasconde la sua contrarietà al sistema. Il Ferencváros, simbolo borghese e popolare al tempo stesso, finisce nel mirino del potere, e con esso anche il suo bomber più ingombrante.

La rottura arriva in modo fragoroso, quasi da romanzo noir. Secondo una versione mai del tutto smentita, Deák resta coinvolto in una rissa con due ufficiali dei servizi segreti, un episodio che segna il punto di non ritorno. In un’Ungheria dove il calcio è ormai strumento politico, Ferenc Deák diventa improvvisamente scomodo. Così è costretto a lasciare il Ferencváros, la sua casa, proprio nel momento di massimo splendore.

Anche la nazionale ungherese, che di lì a poco incanterà il mondo con l’Aranycsapat di Puskás, Kocsis e Hidegkuti, resta per lui una porta socchiusa. Deák segna tantissimo anche in maglia magiara, ma colleziona poche presenze: scelte tecniche, equilibri politici, diffidenze mai del tutto chiarite. In un’epoca in cui l’Ungheria produce forse la miglior squadra della storia, il centravanti più prolifico del Paese resta ai margini, quasi un paradosso vivente. Un bomber troppo “vecchio stile” per il nuovo corso, troppo individualista per un sistema che vuole disciplina prima ancora del talento. Cambia diverse squadre, dall’ Ujpesti allo Spartacus, al Voros Meteor e infine al Siofok.

Gli aneddoti su di lui si moltiplicano: c’è chi racconta che fumasse negli spogliatoi, chi giura che mangiasse pagnotte intere prima delle partite, chi lo ricorda silenzioso e distante, quasi infastidito dalla fama. Di certo c’è che Ferenc Deák ha segnato più di chiunque altro, ma ha pagato il prezzo di non essere mai stato davvero “utilizzabile” dal potere. E allora il premio ricevuto nel 1997 a Monaco, quello di “Re dei bomber del secolo”, assume un significato che va oltre le statistiche. È un risarcimento tardivo, forse, ma anche una consacrazione definitiva: Deák non è stato solo un cannoniere, è stato un uomo che ha segnato a modo suo, contro tutto e contro tutti.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione