Divieto di social under 16, in Australia rimossi 4,7 milioni di account. E adesso ci pensa anche la Gran Bretagna
L’esperimento australiano sul divieto di social media per i minori di 16 anni ha superato la fase iniziale con numeri che hanno fatto rumore: nelle prime settimane dall’entrata in vigore dell’Online Safety Amendment Act lo scorso dicembre, le principali piattaforme hanno disattivato, rimosso o limitato circa 4,7 milioni di account appartenenti a utenti ritenuti under-16. Un dato diffuso dal governo di Canberra e confermato dall’eSafety Commissioner, che parla di un “impatto rapido e di vasta portata” .
La ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha difeso con decisione la misura: “Abbiamo sfidato chiunque sostenesse che non si potesse fare, incluse alcune delle aziende più potenti e ricche del pianeta. Oggi i genitori australiani sanno che i loro figli possono riavere la propria infanzia”.
La commissaria Julie Inman Grant ha aggiunto una similitudine efficace: “Come le norme sul codice della strada, il successo non si misura dal fatto che qualcuno superi il limite di velocità, ma dalla riduzione complessiva del danno e dal ripristino di standard culturali condivisi”.
Il fronte critico non manca. Già il primo giorno di applicazione del ban l’uso di VPN in Australia è schizzato del 170%, con molti adolescenti che hanno tentato di aggirare i controlli geolocalizzati. Le piattaforme – Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X, Reddit, Threads, Twitch e Kick – sono obbligate a contrastare attivamente questi tentativi, pena multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Con dei limiti: l’eSafety Commissioner ha ammesso che alcuni account di under-16 restano attivi e che serviranno anni per misurare l’effetto reale sulla salute mentale e sul benessere dei giovani.
Il modello Canberra sta però riaccendendo il dibattito a Londra, dove il premier Keir Starmer ha aperto a un cambio di rotta rispetto al rifiuto di considerare un ban, sostenuto finora: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha dichiarato di recente, citando proprio l’esperienza australiana e manifestando “profonda preoccupazione” per l’esposizione precoce alla tecnologia: “Bambini di quattro anni arrivano alla scuola materna avendo già trascorso troppo tempo davanti agli schermi”. Il ministro alla Salute Wes Streeting ha usato un’immagine ancora più cruda: “Nessuno lascerebbe un bambino d’asilo incustodito con una scatola di chiodi solo perché imparare a usare martello e sega può essere utile. Ma è quello che abbiamo fatto con gli smartphone”. Streeting ha invitato l’esperto americano Jonathan Haidt, autore di The Anxious Generation e ospite assiduo del dibattito britannico, ad approfondire con i funzionari del ministero l’impatto degli smartphone sulla salute mentale giovanile.
A spingere il dibattito britannico verso un possibile ban è stato anche lo scandalo legato a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di xAI integrato su X (ex Twitter). Il chatbot è finito nel mirino per aver generato deepfake pornografici e sessualizzati di persone reali, incluse donne e minori, senza filtri. Forse anche a causa dell’ostilità del Labour verso Musk per le sue interferenze autoritarie nella politica britannica, stavolta il caso ha occupato per giorni le aperture di giornali e telegiornali. La presidente della Commissione per l’Istruzione alla Camera dei Comuni, Helen Hayes, ha parlato di “danno sociale gravissimo”. “Queste pratiche perpetuano abusi offline, erodono la privacy e infliggono ferite durature alla salute mentale”, ha tuonato. L’Agenzia di Vigilanza per le Comunicazioni Ofcom ha aperto un’indagine e il governo ha accelerato l’entrata in vigore di norme che rendono illegale la creazione di intimate deepfake non consensuali.
Il fronte scientifico resta diviso. Da un lato Haidt insiste: vietare l’accesso prima dei 16 anni è essenziale per tutelare lo sviluppo cognitivo e affettivo. Dall’altro la Molly Rose Foundation, creata dal padre di una quattordicenne il cui suicidio è stato ricondotto dagli investigatori ad abusi subiti su Instagram, e diversi esperti di cybersecurity avvertono dei rischi di un ban rigido: potrebbe spingere i ragazzi verso piattaforme non regolamentate o verso il dark web, oltre a sollevare problemi di privacy legati ai sistemi di verifica dell’età (documenti, scansioni facciali, dati biometrici esposti a data breach).
In Australia il consenso popolare resta solido (circa il 77% dei genitori approva), ma il vero banco di prova sarà il monitoraggio a lungo termine. Nel Regno Unito la pressione cresce: la Camera dei Lord potrebbe presto votare un emendamento che introduce restrizioni simili ed è supportato da una petizione popolare, e Starmer, alla ricerca disperata di consensi, sembra orientato a sfidare l’ira delle piattaforme USA.