Italia, stato di polizia. Il nuovo pacchetto Sicurezza trasforma il dissenso in un problema di ordine pubblico
In Italia sta prendendo forma un disegno preciso: trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico. Lo vediamo nelle multe e negli avvisi di garanzia contro chi ha riempito le piazze denunciando il genocidio a Gaza e l’economia di guerra.
In questi giorni, da Torino a Bergamo, da Massa a Treviso centinaia di studenti, cittadini, sindacalisti, attivisti stanno ricevendo multe salate (da 300 fino a 5000 euro) e avvisi di garanzia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in difesa dei diritti del popolo palestinese, soprattutto in occasione degli scioperi generali per la Global Sumud Flotilla del 22 settembre e del 3 ottobre 2025.
Eppure, durante quelle ore non si sono verificati scontri, né danni, né situazioni di pericolo per la sicurezza pubblica. E allora perché accade tutto questo? Perché il Decreto Sicurezza, divenuto legge l’11 aprile 2025, ha trasformato il blocco stradale o ferroviario in reato penale, per esempio. Perché il governo, nella sua deriva autoritaria e securitaria, ha deciso di usare lo strumento penale come mezzo di controllo sociale, di dissuasione di ogni forma di dissenso.
Ora, vediamo nuovamente tutto questo nero su bianco nel nuovo Pacchetto Sicurezza in arrivo alle Camere, che amplia ancora i poteri repressivi dello Stato e restringe gli spazi democratici. Lo fa con l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, aree urbane vietate ai soggetti ritenuti “pericolosi”, anche solo denunciati o condannati in via non definitiva per reati commessi durante manifestazioni. E con il divieto di partecipare a pubbliche riunioni o assembramenti per chi è condannato anche in via non definitiva per reati commessi durante riunioni o assembramenti pubblici.
Lo fa rendendo Paese il laboratorio repressivo della Val Susa, autorizzando la polizia, nel corso di manifestazioni di piazza, a perquisire le persone sul posto e a trattenerle negli uffici fino a 12 ore, anche se solo sospettate di rappresentare “un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. E punendo con detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità”. Quest’ultimo possiamo chiamarlo invece “articolo Ramy”.
Lo fa aumentando (fino a 20 mila euro) le sanzioni amministrative per mancato preavviso di un corteo o sit in, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, esattamente come le multe diramate in modo capillare agli attivisti pro Palestina.
Lo fa accanendosi sui minori, ampliando l’elenco dei reati per cui si può applicare loro l’ammonimento del Questore e consentendone l’arresto in flagranza e l’imposizione di misure cautelari. E sulle loro famiglie, introducendo una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro per il soggetto tenuto alla sorveglianza del minore. Ecco qui le “norme anti-maranza”.
E, naturalmente, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: ancora più impunità per le forze dell’ordine. Perché con queste misure gli agenti non saranno iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.
Infine, il provvedimento prepara l’ennesima stretta sui diritti delle persone migranti, con l’interdizione temporanea del limite delle acque territoriali per “minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Significa che il ministro dell’Interno potrà vietare per 30 giorni (prorogabili fino a sei mesi) a delle navi di attraversare il limite delle acque territoriali e disporne il fermo, se riterrà che ci sia il rischio di terrorismo ma anche solo di una “pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”, o di “eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”.
In sostanza, sarà discrezione di Salvini decidere se la pressione migratoria è troppa o se un evento richiede misure straordinarie per imporre un vero e proprio blocco navale, ossia ciò che la Lega sogna da sempre. I migranti a bordo delle navi saranno rimpatriati o condotti in Paesi terzi (leggasi: nei CPR albanesi), senza quindi poter fare domanda di asilo.
Ma non solo: si introduce il vero e proprio “esilio amministrativo” per gli indesiderati, ossia la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno.
Questo lo possiamo battezzare l’“articolo Shahin”, una misura che renderebbe lecito l’inaccettabile, ossia che, se un residente straniero ha posizioni che non piacciono al Governo, viene deliberatamente cacciato dall’Italia, anche se nel suo Paese d’origine rischia la vita.
Sappiamo che, quando uno Stato sceglie la repressione come risposta politica, la democrazia si assottiglia. Non è ordine né sicurezza, è paura. E non possiamo accettarlo.
E sappiamo che il nostro non è un caso isolato, anzi, si ispira a qualcuno: negli Stati Uniti, a Minneapolis, dopo l’uccisione di Renee Nicole Good, il governo ha mandato 2.000 agenti federali contro i manifestanti, come un esercito occupante. All’ondata di proteste in centinaia di città il regime di Trump risponde con una repressione sempre più brutale e scene da stato di polizia: porte sfondate, osservatori picchiati, persone sequestrate senza accuse né diritti. Per non dire della vera e propria scomparsa di stranieri, con prelievi, detenzioni indefinite in centri privati, deportazioni verso paesi terzi.
Ma vediamo anche, in questo ciclone di violenza, crescere la resistenza civile e l’organizzazione collettiva.
Anche in Italia, l’estrema destra ha deciso di colpire chi protesta, anziché chi viola i diritti. Per batterla serve più partecipazione, ma servono anche tutti gli strumenti democratici utili, tutte le armi costituzionali che ancora non ci sono state negate. Come i referendum che abbiamo alle porte contro la torsione autoritaria della nostra democrazia.