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Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la connessione diretta al terrorismo?

La questione non può porsi nei termini “pro Hamas” o “contro Hamas”. La questione è: siamo o non siamo per l’autodeterminazione dei popoli?
Arresti per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas: qual è la connessione diretta al terrorismo?
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di Alessia Manera

Le indagini su persone e attivisti legati alla causa palestinese, cui sono seguiti 9 arresti e perquisizioni in tutta Italia nella giornata di sabato 27 dicembre, portano con sé alcune riflessioni imperative non tanto sulla vicenda in sé, ma sui presupposti politici e di diritto internazionale, in particolare rispetto a tre elementi: la fonte delle accuse, la storia dell’occupazione e del genocidio in Palestina, l’autodeterminazione dei processi di liberazione.

Le fonti delle prove a carico degli arrestati (tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia) sono infatti provenienti prevalentemente dai servizi segreti e di sicurezza israeliani. In poche parole la magistratura di uno stato sovrano (o che si presume dovrebbe essere tale) ha spiccato mandati di arresto e perquisizione nei confronti di persone che avrebbero avuto legami economici con enti benefici a loro volta con legami con Hamas, e tutto questo a detta dello stesso stato che è indagato per crimini di guerra e genocidio dall’Onu e della Corte Penale Internazionale e che ha trattato come terroristi, detenendoli illegalmente, torturandoli e privandoli temporaneamente dei loro diritti, cittadini internazionali (tra cui anche italiane/i) colpevoli di aver portato aiuti umanitari.

Secondo questa logica giudiziaria, che assume come buona la definizione israeliana di terrorista, chiunque di noi abbia partecipato alle manifestazioni di piazza contro il genocidio o abbia organizzato una cena a supporto delle spese della Flotilla potrebbe legittimamente aspettarsi una visita dell’antiterrorismo? Una prospettiva non così lontana, visto che da un fronte bipartisan stanno arrivando proposte di legge (una a firma Gasparri e l’altra Delrio) che equiparano l’antisionismo (e quindi la critica alle politiche colonialiste di Israele e ai suoi governi) all’antisemitismo, nel solco di quanto già accade in Gran Bretagna (dove supportare Palestine Action porta all’accusa di terrorismo – mentre supportare il genocidio no).

Ma anche ammettendo che le accuse si rivelino corrette, che le associazioni benefiche cui sono arrivati i fondi siano davvero connesse ad Hamas, qual è la connessione diretta al terrorismo?

Hamas nasce come movimento sociale religioso negli anni ‘80, dopo la prima Intifada, finanziata e sostenuta dallo stesso Israele e dall’asse anglosassone (Gran Bretagna e Stati Uniti) per creare una frattura all’interno della società e della politica palestinese, tradizionalmente laica e socialista. D’altronde, quegli stessi paesi finanziavano in quel periodo (e per i 30 anni successivi) la Fratellanza Musulmana, Al Qaida e tutti i movimenti integralisti sunniti in chiave antisovietica e anti-laicista/socialista/panarabista.

Hamas si è quindi inserita fin dall’inizio in un progetto occidentale di destabilizzazione, al fine di continuare ad esercitare il potere coloniale occidentale attraverso Israele, che a sua volta si è configurato fin dalla sua nascita come parte integrante dell’Occidente e come esperimento di una nuova forma di colonialismo e suprematismo.

Quando, dopo il fallimento degli accordi di Oslo e la Seconda Intifada, Hamas stravince le elezioni del 2006 lo fa soprattutto perché l’Anp ha perso di credibilità – come era nel piano israeliano fin dall’inizio – stravince sotto lo sguardo degli osservatori Onu che avevano confermato la legittimità e la validità del voto.

Immediatamente però l’Occidente disconosce quello stesso voto e Israele (sotto il governo Olmert, invitato dal Pd alla propria festa nazionale solo qualche mese fa come “uomo di pace”) inizia l’assedio totale alla Striscia che dura ancora oggi, 19 anni dopo.

Hamas è quindi in prima istanza (e fondamentalmente per la maggior parte dei paesi dell’Assemblea delle Nazioni Unite, esclusi gli Occidentali) un’organizzazione politica, di cui alcune parti portano avanti la lotta armata: può piacere o meno ma riflette la soggettività storica e politica di un popolo, è parte del suo processo di liberazione.

Chi siamo noi per giudicare questo processo, soprattutto quando le contraddizioni che lo animano trovano buona parte delle responsabilità nelle ingerenze occidentali e coloniali? Quanto è suprematista e coloniale (seppur di un suprematismo “umanitario” e rivolto ai diritti) giudicare i processi politici e sociali di altri popoli sulla base di ciò che noi siamo oggi disponibili ad accettare a casa nostra? Perché ricordiamo che il diritto internazionale, che nasce dalla liberazione e dai processi di decolonizzazione, riconosce il diritto alla resistenza (anche armata) a fronte di un occupante.

La questione non può porsi nei termini “pro Hamas” o “contro Hamas”. La questione è: siamo o non siamo per l’autodeterminazione dei popoli, principio sancito dal diritto internazionale e dalla nostra Costituzione? Siamo o non siamo per il diritto internazionale, contro ogni forma di genocidio e pulizia etnica? Perché, se la risposta a queste domande è “sì”, dovrebbe finire sul banco degli imputati chi ha continuato a finanziare ed armare uno stato accusato di genocidio o chi ha definito il diritto internazionale “qualcosa che vale fino ad un certo punto”. E dovrebbe farci domandare, ancora una volta, da quale parte della Storia vogliamo ritrovarci.

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