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Via gli assessori di Cuffaro e poi torna tutto come prima: da siciliano fiuto il solito bluff

O questa crisi diventa l’inizio di un ordine diverso, o resterà soltanto l’ennesimo capitolo di una storia che i siciliani conoscono a memoria
Via gli assessori di Cuffaro e poi torna tutto come prima: da siciliano fiuto il solito bluff
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di Alberto Minnella

La decisione del presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, di “rimuovere” dalla propria giunta gli assessori espressione di Salvatore Cuffaro non è un episodio circoscritto: segna un crocevia. Non stiamo parlando di un normale rimpasto di potere, ma della rottura – almeno proclamata – con un pezzo di sistema politico che ha pesato e condizionato la vita della Regione.

Lo si vede dai fatti: assessori che fino a ieri erano parte integrante della maggioranza vengono accompagnati alla porta; e sullo sfondo, un’indagine che racconta di appalti, sanità, nomine, rapporti incrociati tra politica e amministrazione. Non è coreografia giudiziaria: è il sintomo di una malattia che in Sicilia conosciamo fin troppo bene.

In questo giudizio politico-morale ci sono due piani che faticano a saldarsi: da un lato l’atto formale della “pulizia”, dall’altro la sostanza di un sistema che, almeno per ora, resta intatto. Schifani rivendica di essersi mosso per imperativo etico, ma la sua scelta arriva solo quando il quadro è esploso sulla scena pubblica. È la solita politica delle mani lavate dopo che la macchia è diventata visibile a tutti.

Qui sta il punto: la politica siciliana continua a reagire al guasto, mai a prevenirlo. Si interviene quando la casa brucia, non quando si sente odore di fumo. Si cacciano gli alleati imbarazzanti soltanto quando diventano ingestibili di fronte all’opinione pubblica. Finché le cose stanno così, cambiare qualche nome non basta: il cittadino capisce benissimo quando è davanti a una svolta e quando, invece, gli stanno offrendo solo un cambio di scenografia.

Se oggi Schifani vuole davvero rompere con quella storia, deve dimostrarlo non con i comunicati ma con la continuità delle scelte. Trasparenza non è una parola da conferenza stampa: è un metodo di governo. Significa mettere in chiaro criteri, percorsi, responsabilità. Responsabilità, a sua volta, non è scaricare tutto su chi cade, ma assumersi la parte che spetta a chi ha nominato, coperto, tollerato.

Il nodo vero, però, non è soltanto nei palazzi. È nel rapporto malato tra potere e consenso, tra voto e favore, tra rappresentanza e dipendenza. Finché la politica sarà costruita come una rete di protezioni – ti porto in corsia, ti faccio entrare in ufficio, ti trovo un appalto – ogni inchiesta sarà solo l’ultima fotografia di un film già visto. Ci sarà sempre un nuovo Cuffaro, un nuovo referente, una nuova sigla a occupare il posto lasciato libero.

Per questo, più che badare a chi esce oggi, bisognerebbe guardare a chi entra domani e con quali regole. È su questo che si misura la serietà di un governo: non sulla velocità con cui sacrifica l’alleato caduto in disgrazia, ma sulla capacità di cambiare il modo in cui quel potere è stato usato finora.

Se tutto si risolve nel rimpasto, nello spot politico, nella “testa” che rotola e poi tutto torna com’era, avremo assistito a un bluff. La Sicilia ha già dato abbastanza alla liturgia delle occasioni mancate. O questa crisi diventa l’inizio di un ordine diverso, o resterà soltanto l’ennesimo capitolo di una storia che i siciliani conoscono a memoria. E a furia di conoscerla, smettono di crederci.

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